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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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Ping Pong

Dura davvero tanto il nero, dopo quel piano lungo nel cimitero di notte (1h 33'), l'orizzonte basso costellato di lapidi, il fuoco al centro, piccolo, ostinato, una chiesetta sulla sinistra, un grande albero e un tagliaerba-rifugio sulla destra.

Stiamo nel buio per un tempo che sembra lunghissimo, sapendo che l'epilogo si sta avvicinando. Alvin riappare la mattina dopo avvolto in una specie di foschia. Si ferma davanti a un bar. Dentro c'è un vecchio come lui che guarda le previsioni del tempo e osserva il curioso trabiccolo parcheggiato lì fuori. David Lynch non ci fa perdere neanche un secondo di questo incontro. Non usa ellissi sbrigative per farci arrivare al dunque. Il "dunque" sta in ogni attimo (ognuno importante, ormai lo abbiamo imparato). Osserviamo Alvin scendere dal tagliaerba per entrare nel locale, mentre cresce l'attesa: siamo finalmente arrivati?

Di sicuro è arrivato il momento di bersi una birra, dopo tanti anni. Una Miller Lite. Alvin se la gusta dalla bottiglia. Paga e lascia il resto.

«È interessante quel tagliaerba là fuori. Ce la fa bene in salita?». Eccome se ce la fa! «Quella salita più altre 200. Vengo dall'Iowa». «Iowa, accidenti, deve averne di sete!». La battuta del film. Sono bastati pochi secondi e già siamo conquistati da quell'anziano barista di un locale dell'America profonda, un altro essere umano, come Alvin e tutti gli altri che abbiamo incontrato in questo lungo viaggio, lungo tutta una vita, lungo come la storia d'America, viaggio che ci ha messo addosso una grande sete. Di umanità, di campi e cieli stellati, di incontri, di cose semplici, di valori essenziali.

Il tempo di servire del caffè a un altro tizio anche lui anziano che, scopriamo, sta dall'altra parte del bancone e Alvin in primo piano viene preso da una fitta di paura. Non vuole un'altra birra. Vuole solo sapere come arrivare a casa di Lyle.

Mentre il barista gli spiega dove andare, una dissolvenza incrociata riporta il tagliaerba sulla strada, una lunga e stretta strada fuori mano, sterrata. Il sole accompagna l'ultimo tratto del cammino. C'è Alvin e c'è uno stacco sullo sterrato là davanti, che procede piano. E se Lyle non ci fosse? E se non volesse vedermi? Che senso avrebbe questo viaggio? Lui e la strada, rimasti soli. Lui e gli alberi intorno. Campi e controcampi. Fino a quando il motore fa un rumore strano e uno sbuffo di fumo ci dice che il tagliaerba è arrivato alla fine della sua corsa. Non ce la fa più. Alvin è di nuovo fermo, come gli è già successo.

Lo stacco sulla strada, stavolta, ce la mostra inesorabilmente ferma. Che beffa! Possibile che debba finire così? Lui non sa cosa fare, se ne sta lì immobile, non prova neppure a capire qual è il problema. Il motore del suo tagliaerba ha semplicemente ascoltato le sue paure, si è fermato perché lui, ora, non ha più il coraggio di andare fino in fondo.

Due dissolvenze incrociate (sulla figura intera seduta e poi un piano medio quasi lungo) ci spiegano che Alvin se ne sta lì un sacco di tempo ad aspettare chissà cosa e chissà chi. Fino a quando arriva un grande trattore, guidato dall'ennesimo vecchio. Parlano, con l'inquadratura fissa, una inquadratura piuttosto distante, e noi non sentiamo cosa si dicono. Parlano probabilmente di quell'affare che non parte più (o del senso della vita, non importa, non dobbiamo saperlo). E alla fine il tagliaerba, chissà perché, torna a rivivere. Il fumo stavolta è quello del veicolo che l'ha soccorso e che lo guiderà lungo l'ultimo pezzo di strada, che è davvero breve.

Anche ora, alla fine del viaggio, Alvin ha avuto bisogno dell'incontro con uno sconosciuto. E questo incontro, che per noi è silenzioso, è una specie di miracolo. Ed è con questo incontro che si conclude un altro degli itinerari nascosti dentro il film, itinerari che Lynch ha occultato nel profondo del racconto perché noi potessimo ritrovarli. Qui si concludono tutti quegli accenni al rapporto tra il piccolo e il grande: tra il fratello maggiore e il minore; tra le grandi macchine agricole e il piccolo tagliaerba, quando Alvin è andato a comprare il verde John Deere; tra il piccolo Alvin-Davide e i camion giganti incontrati lungo il viaggio. È qui che miracolosamente un grande trattore aiuta un fratellino tagliaerba a riprendere fiducia e a ripartire.

Ci siamo. Il trattore svolta dietro una curva, deve passare un ponticello (come nei film dell'orrore? quando ci si inoltra nel territorio dei fantasmi...), e lui si trova davanti alla casa di Lyle. Una catapecchia. Di nuovo solo. Alvin scende a fatica, prende i due bastoni. Pochi passi accompagnati dalla macchina da presa, fino a portarlo davanti a quel povero capanno in condizioni pietose.

«Lyle!»: il primo è un urlo. «Lyle?»: il secondo è un lamento sofferto. Lo zoom si avvicina alla sedia vuota là fuori. Stacco su di lui, in primo piano. «Alvin!» urla una voce fuori campo, e lui ha quasi un mancamento.

Ecco Lyle, finalmente, che esce dalla casa con l'aiuto di un deambulatore (come quello che, all'inizio, il dottore aveva consigliato ad Alvin che non ne ha voluto sapere). È messo peggio di Alvin, che si avvicina con i suoi due bastoni. Il suo giaccone a quadri rossi e neri spicca sui toni marroni della capanna, dei vestiti di Lyle, del suo viso terreo, con la barba sfatta. Sono uno di fianco all'altro, ma non sanno cosa fare o cosa dire. «Siediti!», dice il fratello ritrovato.

Il volto di Lyle in primissimo piano è sofferente, stanco. Stanco dalla malattia, ma anche dalla vita, da quegli anni passati lontano. Si guardano. Poi Lyle si gira e vede il tagliaerba. E capisce cosa ha fatto suo fratello per lui. Il volto si trasforma, lo sguardo si illumina e si vela di lacrime. Bellissimo. Ecco uno dei motivi per cui andiamo al cinema. Per incontrare momenti come questo. La realtà. La verità. È cinema, ma è più vero del vero. Ora capiamo dove voleva arrivare questo viaggio. Sì, ne valeva la pena.

«Hai fatto tanta strada con quel coso per venire da me?». È la stessa frase che tutti, lungo il viaggio, hanno detto ad Alvin, meravigliati che andasse in giro su un tagliaerba. Ma qui la frase, come tante altre frasi nel film, come quella sentita poco fa, «Deve averne di sete!», cambia del tutto di segno: non c'è meraviglia, c'è emozione e gratitudine. Se sei venuto con quel coso lì fino da me vuol dire che...

«Sì, Lyle». Il fratello non trattiene più le lacrime. Si guardano. Lyle alza lo sguardo. Alvin alza lo sguardo. Guardano il cielo come quando erano ragazzi. È giorno, ma il cielo è stellato. La macchina da presa si alza e ce lo fa vedere. Quante cose rappresenta quel cielo stellato? Non importa. L'importante è essere lì. E per noi è anche importante che questo cielo stellato della fine sia un poco diverso dal cielo stellato dell'inizio, dell'inquadratura che ha aperto il film. Là la macchina da presa avanzava lentissima, intimorita, dentro il cielo, il movimento verso le stelle era impercettibile, era come incerto, dubbioso. Qui la macchina da presa si muove con più fiducia, con meno timore. È più “straight”, come Alvin, il fratello grande che ha ritrovato il fratello più piccolo. Alvin che è “straight”, dritto e sicuro, lui tutto acciacchi, lui malfermo sulle gambe. Lui che è “straight” e che al tempo stesso sa inclinarsi verso gli altri, verso Rose e verso Lyle.

Uno dei titoli di coda dice: “In memory af Alvin Straight. 1920 – 1996”. È il vero Alvin Straight.