My Favorite Things
Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





Iscriviti alla nostra newsletter

Sangue, proiettili e ottani

Sangue, proiettili e ottani

Dead in Tombstone

Sangue e proiettili, un'altra volta.

Si è parlato - non moltissimo, ma tra qualche aficionado - del ritorno dell'arcigno Danny Trejo in un nuovo episodio di Machete in Machete Kills. Contemporaneamente, Danny Trejo, che in ognuno dei suoi oltre duecentocinquanta film cui ha partecipato è sempre Machete, anche quando impersona tutt'altro, al punto che il Clint Eastwood dei tempi di Leone al confronto era Leopoldo Fregoli, interpretava un western di cui - ça va sans dire - non si è accorto quasi nessuno, se non quel nugolo di vendicatori che gli ha inflitto un astioso 4.6 sull'imdb: Dead in Tombstone, girato in digitale e uscito direttamente in Dvd, produzione Universal e regia del semisconosciuto Roel Reiné from Eindhoven, che è la città della Philips, non della Western Union.

Il buon Danny machetizza di nuovo la scena pur impugnando costantemente due pistole al posto della lama affilata e tonitruante cui siamo abituati. Un po' Caino e Abele, un po' favola di Orfeo, un po' pot-pourri che miscela senza soluzione di continuità la lettura superficiale di Tarantino, la gratuita esplosività di Rodriguez, la destrutturazione balistica di Raimi, l'ironia del John Huston di Roy Bean senza che Huston e Paul Newman siano a portata di vista, la dilatazione spettacolare insistita e spropositata di Peckinpah, pur non essendo mai neanche passati da Fresno. E un intreccio piuttosto improbabile, con vette di kitsch talmente elevate da sfiorare il sublime.

Danny Trejo, nei panni del rude Guerrero, con la sua banda di spietati fuorilegge, libera il fratellastro Red, che gli rende il favore colpendolo a morte e ponendosi a capo della banda, corrotta con il miraggio del possesso di una florida concessione mineraria. Spedito malamente all'inferno, Guerrero incontra Lucifero, un Mickey Rourke che dai tempi di The Wrestler, se possibile, pare ancora più sfiorito, e che, dopo avergli gettato addosso olio bollente, conficcato dita voluttuose nei fori dei proiettili e staccato interi lembi di epidermide, gli concede di tornare nel mondo e vendicarsi di tutti coloro che lo hanno tradito per potersi salvare l'animaccia. Il tutto da ultimare in ventiquattr'ore. Occhiate torve, spari a ripetizione, corpi sbalzati di una decina di metri, esplosioni, sguardi sorpresi e spaventati, morti stecchiti come mosche, le ventiquattro ore che rischiano di scadere e un duello finale che vira sui toni del grottesco, perché il diavolo fa le pentole e anche i coperchi per i suoi loschi scopi.

Assolutamente incantevole la voce narrante che all'inizio del film si sovrappone alle immagini di Mickey Rourke intento a battere al ralenti ferri roventi per riassumere in un solo concetto natura del personaggio e cento anni di tradizione del selvaggio west: «Il West. La gente lo chiama la Nuova frontiera. Eh eh eh, la cosa mi fa sorridere. Vi diranno che viene conquistato con il sudore di persone timorate di Dio, con la grinta nelle mani e il sogno americano nella testa. AH AH AH! Chi dice queste cose è un venditore di fumo, poco ma sicuro. Il vero West è un nido di serpenti spietati e senza legge, un incubo americano forgiato dalle fiamme dell'inferno e dai colpi di maglio della Bestia. Io lo so bene: sono Lucifero. Divoro le anime degli uomini. E nel West non sento mai la fame».

Parbleu, roba nuova. Parola di Lucifero, e che diavolo!

L'evidenza è un'assoluta mancanza del senso del ridicolo, un'ironia talmente criptica, ma talmente criptica, che osservando attentamente forse non c'è proprio, e una serie di eventi e situazioni che rappresentano il perfetto campionario del western sintetico in epoca ectoplasmatica: facce brutte, sporche e cattive, abbigliamento in pellame con buona pace degli animalisti, strade perennemente fangose, fori di proiettile grossi come oblò da cui si affacciano volti increduli, incroci di pallottole rallentate, mexican standoff che ormai hanno sostituito il testa-contro-testa che si è sempre visto tra tamarri nelle periferie delle grandi città ecc.

Si potrebbe parlare di una nuova classicità, se il numero di western prodotti non fosse così esiguo da generare solo ripetizioni, ammiccamenti, tendenze pirotecniche. "Lasciate ogni speranza voi che entrate", occorrerebbe dire per blandire il personaggio interpretato da Mickey Rourke, ma in realtà si potrebbe arrivare a un provvidenziale patteggiamento se s'interpretasse il monito non in senso salvifico, ma come invito all'abbandono. Abbandonatevi, voi ch'entrate in quest'antro per orfani, lasciatevi andare senza cullare residue speranze, non siate sempre austeri e pedanti. Vi capiterà di vedere anche dei momenti piacevoli, come un'estetizzante sparatoria all'interno di un macello costantemente in chiaroscuro, con sagome umane e quarti di bue appesi ai ganci trafitti da lame di luce e dai colpi sparati fino al disfacimento della carne, coerentemente con la natura e il senso del film. Sembra poco, ma secondo la teoria dell'abbandono è pur sempre grasso che cola. Senza alcun rischio di colesterolo.