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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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Sangue, proiettili e ottani

In attesa che il Torino Film Festival prossimo venturo ci regali un nuovo western (Sweetwater di tal Logan Miller, con Ed Harris), da cui ci aspettiamo, come assetati nel deserto, polvere, cappellacci, cavalli, spari e morti violente, ma non certo un lavoro indimenticabile, parliamo ancora una volta di ottani.

Partendo da una constatazione elementare, già espressa più volte in questo spazio (è vero che repetita iuvant, ma spesso si diventa terribilmente noiosi). Il Road Movie degli anni Settanta, pur attingendo a piene mani da una tradizione culturale derivante almeno dai tempi di Cooper, Whitman e Twain, si librava depresso e atterrito sugli schermi per manifestare (anche) il suo ideologico disappunto contro le contraddizioni di una società considerata ipocrita, perbenista e illiberale, il cui punto cruciale di crisi era rappresentato dalla dirty war condotta in Vietnam. Si andava in giro senza meta, senza un obiettivo che non fosse quello di evadere dai meccanismi perversi della società, per porsi dichiaratamente contro.

Abbiamo già detto anche che il Road Movie, venuta meno progressivamente l'istanza ribellistica (e finita la guerra in Vietnam), si è affievolito nella sua forma più pura, comparendo ogni tanto, nel corso degli anni seguenti, per significare qualcosa che in realtà aveva la stessa freschezza di un Dom Pérignon sgasato.

Da una dirty war all'altra. Dall'umido Vietnam al polveroso Iraq. Trent'anni dopo, in un logica causale che pare tratta dalla terza legge della dinamica, un'altra guerra, non meno sporca seppur per motivi differenti, determina un nuovo deflusso sulle strade americane. Si torna dall'Iraq e si fugge sulla strada. La connessione è diretta, il rifiuto non più allegorico ma esplicito. Certo, non si sta parlando di capolavori che verranno ricordati dai posteri, probabilmente farei meglio a dimenticarli anch'io per far posto a prodotti più interessanti ora che l'età avanza, però è singolare notare che il rifiuto nei confronti dell'ennesima intrusione bellica a stelle e strisce provochi una nuova accensione di motori e una rapida partenza in sgommata.

In Stop-Loss (Kimberly Peirce, 2008) il viaggio è, insieme, l'immagine del rigetto nei confronti di un'ulteriore chiamata alle armi ritenuta inaccettabile dopo un sofferto congedo e della speranza (vana) che la politica, attraverso l'intervento di un senatore di Washington, si interessi al caso di un reduce che si rifiuta di partire nuovamente (Ryan Phillippe).

Nelle cadenze piane e dilatate di Badland (Francesco Lucente, 2007), la fuga in auto è latitanza, a seguito di un raptus omicida con cui un padre di famiglia (Jamie Draven), reduce sfasato degli orrori patiti in Medio Oriente, fa fuori prima la moglie, poi due figli, non riesce a completare l'opera con la figlia minore, carica in macchina quest'ultima e inizia un tedioso e prolungato peregrinare senza arte né parte che si concluderà con una drammatica e improvvisa fatalità.

In Grace is Gone (James C. Strouse, 2007) la strada intrapresa da un padre (John Cusack) e dalle sue due figlie è invece allegoria dell'elaborazione di un lutto, quello della moglie soldato caduta in Iraq, motivo per una vacanza improvvisata sulle highway nell'incapacità di comunicare la tragica notizia alle ragazze.

Il Road Movie torna grazie ad un'altra guerra iniqua, e lo fa tentando di attualizzare temi e iconografie direttamente dai 70s. Non solo strade interminabili, non solo la ribellione, il porsi fuori dalla legge, il ricreare nell'abitacolo l'ambito familiare per evitarne la disgregazione, ma anche precisi riferimenti culturali. Uno su tutti, che rischia di risultare l'aspetto più interessante di un film mediocre come Grace is Gone, con un John Cusack afflitto e preda di un dolore così imploso che a tratti rischia di farsi caricaturale e grottesco: il piano che riprende iperrealisticamente motivi, tagli e prospettive già visti nella serie pittorica di Edward Ruscha sulla Standard Station, Amarillo, Texas.

    

Un'ennesima operazione nostalgia da citare en passant, ma senza farsi soverchie illusioni su una possibile rinascita di un genere già rigorosamente antologizzato. Certo, se ci si dovesse affidare alle sporche guerre che ogni tanto gli Stati uniti intraprendono, la speranza c'è. Basterebbe puntare su Corea del Nord e Iran. Ma noi nostalgici siamo anche dei gran sentimentali, oltre che degli inguaribili pacifisti, e ci accontentiamo di rivedere in DVD (o su qualunque altro supporto) gli antieroi che già conosciamo. Perché sprecare vite innocenti in scenari orientali se poi ci ritroviamo con Kimberly Peirce, Francesco Lucente e James C. Strouse invece di Monte Hellman, Richard C. Sarafian o Dennis Hopper?