My Favorite Things
Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





Iscriviti alla nostra newsletter

Sangue, proiettili e ottani

Sangue, proiettili e ottani

Rock Road Movie?

Ottani, accompagnati da musica rock.

L'ideale, si direbbe. Non oggi, certamente. Eppure oggi. Nell'ultimo mese sono usciti due dischi che probabilmente rimarranno misconosciuti. Ci dispiace (e nemmeno tanto), ma il punto è un altro. La cosa singolare è che entrambi hanno come video di lancio del singolo prescelto un piccolo Road Movie.

The Men, band di Brooklyn protagonista di un garage rock sporco, rumoroso e basilare (riff sparati in apertura di pezzo e sostenuti ipnoticamente fino alla fine), nel video di Pearly Gates, diretto da Brian Chillemi, mostrano un breve viaggio che sembra tratto direttamente da una pellicola exploitation della Corman's Factory (e neanche una delle migliori).

Un protagonista occhialuto con giubbino di pelle solca la strada con la sua auto, ingaggia un duello di velocità con un biker comparso improvvisamente dal ciglio della strada, sfugge a un poliziotto goloso di donuts che pare Slavoj Žižek dopo un difficile addio al celibato a Las Vegas, carica un'autostoppista misteriosa che lo introduce in una messa nera al termine della quale partono sovrimpressioni e vortici psichedelici che fanno sembrare Il serpente di fuoco un raffinato prodotto HD.

Tutto secondo dettami rigorosi: inquadrature sull'auto nel paesaggio, dall'auto sul paesaggio, nell'auto, secondo la classica tripartizione estetica e semantica del genere, con tocchi di necessaria ironia (il poliziotto si lancia all'inseguimento, ma la moto è solo un manubrio - come i cavalli dei Monty Python nel Sacro Graal - mentre lo sfondo stradale è un'evidente back projection) e una cascata di suoni elettrizzanti fatti di slide impazzite, accordi di piano ingarbugliati e acuti lancinanti di sassofono.

Tutt'altro stile quello di Eleni Mandell, uno swing mieloso e orecchiabile che con la strada c'entra come suor Germana al tavolo da poker. Malgrado questo, il video di Put My Baby to Bed, diretto da Manny Marquez, è un breve film on the road organizzato su tre livelli (l'artista in red dress che canta il pezzo rivolta alla camera, il compagno che ne attende il ritorno a casa, il viaggio della cantante sulla highway 5, tra Sacramento e Los Angeles) in una sequenza di inquadrature che sanno irrimediabilmente di cliché, ma che rappresentano anche un segno di appartenenza inconfutabile (Eleni Mandell al volante, la strada che scorre davanti al parabrezza, spesso con effetto time-lapse, i paesaggi da cartolina osservati lungo il tragitto).

Il tutto immerso in un clima di concordia un tempo estraneo: la Mandell scende dalla macchina, entra in casa e riabbraccia la famiglia dopo l'assenza, prendendosi amorevole cura dei due figli. Tempi inevitabilmente cambiati, addirittura opposti, rispetto alla fuga dalla propria gravidanza di Natalie Ravenna in Non torno a casa stasera di Francis Ford Coppola (1969) o al rifiuto dell'ambito familiare da parte della protagonista omonima in Wanda, unico film di Barbara Loden (1970), all'epoca signora Kazan. La strada è sempre la stessa, è il senso del viaggio a essersi ribaltato, anche nei videoclip.

Quasi un anno fa, James Blunt, inglese di nascita e formazione, fu protagonista del video Bonfire Heart, diretto da Vaughn Arnell, inforcando una moto, inguainandosi in uno stretto giubbotto nero, trincerandosi dietro un paio di immancabili occhiali scuri e spostandosi (a velocità moderata) tra gli scenari di Idaho e Wyoming.

Lo vedi, pensi che debba spaccare le ossa al primo che incontra e invece saluta tutti con il sorriso, affabile, entra nella loro intimità fotografandoli sul bordo della strada. Speri che si ribelli al poliziotto che lo ferma (non certo per eccesso di velocità), che lo apostrofi con arroganza, che lo accusi di essere uno sporco fascista, e invece riparte, sempre sorridente, prima di partecipare anche a un wedding party notturno di persone conosciute per caso.

Come se Marlon Brando ne Il selvaggio fosse reduce dalla grigliata di Pasquetta in un'area attrezzata per famiglie. Altro che non riconciliati! Qui tutto torna al suo legittimo posto, non c'è contrasto, non c'è strappo, non c'è rottura, solo parodia sgangherata, nostalgia degli affetti e una scampagnata fuori porta travestiti da cattivoni.

Anche il rock non dà più soddisfazione. Non rimane che rassegnarsi e andare a piedi.