My Favorite Things
Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





Iscriviti alla nostra newsletter

Sangue, proiettili e ottani

Sangue, proiettili e ottani

Uno schifo di auto

Ottani. Da bollino rosso.

La rubrica è tornata dalle vacanze. Amerebbe raccontare di un senofontiano viaggio per ritrovare quelle cose che alla partenza la stessa rubrica vedeva con il fumo negli occhi e che invece al ritorno ha addirittura accarezzato con commossa nostalgia (primo fra tutti il bidet: e sì, anche la rubrica ha un organismo funzionante il cui indotto, alla lunga, va accudito). Amerebbe farlo ma non lo farà, perché è inutile ammantarsi d'epica se l'epos non c'è. E la rubrica avrà mille difetti ma non millanta mai. È tornata, semplicemente, e anche in anticipo rispetto alla massa dei villeggianti. E tornando ha fatto in tempo a vedere Come ti rovino le vacanze. Non che ci tenesse, però l'ha visto. Tanto per rimanere in tema.

Trentadue anni dopo il primo viaggio, i Griswold tornano al Walley World, un gigantesco parco dei divertimenti in California. Da Chicago. Forse Road Movie è una parola grossa, però si va in automobile. E che automobile… Ottani, fuor di dubbio. Tecnicamente sequel, di fatto remake e commercialmente un reboot di National Lampoon's Vacation, con cui intrattiene simpatiche sovrapposizioni: oltre alla canzone Holiday Road di Lindsey Buckingham a fare da trait d'union nostalgico tra i due film, i protagonisti dell'83, Chevy Chase e Beverly D'Angelo, compaiono verso la fine nella gestione di un Bed & Breakfast che, se esistesse davvero, su Tripadvisor sarebbe acidamente svillaneggiato.

Il viaggio verso Walley World, questa volta, è di Rusty, il figlio adolescente dei Griswold ora quarantenne, interpretato da Ed Helms, il dentista di Una notte da leoni, per intenderci. Famiglia speculare, con un figlio minore bullo e vessatore che sostituisce la ragazzina dell'83, Audrey, attualmente sposata con un vacuo cowboy (Chris Hemsworth) dalle ingiustificate pose plastiche volte a esaltare le sue virili pudenda. Il viaggio di Rusty Griswold e famiglia è pressoché identico a quello compiuto da Chevy Chase e Beverly D'Angelo: cambiano le soste, i luoghi e la qualità degli inconvenienti, medesima è la struttura fatta di imbarazzi e frustrazioni crescenti man mano che ci si avvicina al parco dei divertimenti.

Fedeli al National Lampoon's Style, la pellicola paròdia - meglio, manda in vacca - sequenze celebri della storia del cinema: dopo la doccia di Psycho e l'eroica corsa di Momenti di gloria del primo film, questa volta s'ingaggia un duello on the Road con un camionista inizialmente invisibile accusato di pedofilia, che guarda con fin troppo facile insistenza al Duel di Spielberg. A scanso di equivoci, ché la rubrica un po' teme la si accusi di gusti grossolani, il film diretto dagli esordienti (come registi) John Francis Daley e Jonathan Goldstein lo si apprezza solo se ancora inteneriti dall'aver ritrovato la comodità smarrita nel corso della vacanza cui si accennava sopra. A metà novembre, per dire, si sparerebbe sdegnosamente sullo schermo (il che tornerebbe buono anche per una puntata di Sangue e proiettili in assenza di western di cui parlare).

Tuttavia, l'invenzione dell'improbabile monovolume con cui i Griswold attraversano gli States per raggiungere la meta merita una sottolineatura. Un'automobile orrenda. Roba da guidare abbassando la testa sotto lo sterzo per non farsi riconoscere dai passanti. Nel film si chiama Tartan Prancer ed è prodotta in Albania. Ha la parte anteriore simile a quella posteriore e gli specchietti retrovisori che si riflettono l'uno con l'altro. Due serbatoi che insieme fanno la capacità di uno normale, una presa per la ricarica elettrica nel poco plausibile caso si incontrasse un generatore lungo il deserto, una fontanella a zampillo sopra il cambio e sottobicchieri per flûte alle maniglie esterne. Una serie innumerevole di accessori su plancia e telecomando, tra cui una misteriosa svastica, sulla quale i personaggi indugiano due volte pur non giungendo a nessuno sviluppo (una, e neanche la più grave, delle tante cose che non funzionano nella sceneggiatura). Ma anche un navigatore satellitare che parla in coreano e che s'incazza veramente - ansimando e pulsando sul display - se non si accolgono i suoi ordini perentori (punto a favore dei due esordienti).

Questa rubrica ha provato a pensare a un significato da attribuire alla reversibilità della guida, alla doppia possibilità di conduzione, come nella metropolitana, alla vettorialità di un percorso che inquadrato da dietro sembrava procedere al contrario, ma poi, dopo essere sbottata improvvisamente in un'imprecazione che per assonanza pare ottani ma non è, ha avuto un'illuminazione e ha concluso che era solo un veicolo che faceva schifo. Ma davvero schifo. Anche se con un retrogusto di tenera simpatia. La Warner ha fatto anche circolare un falso spot come se l'auto esistesse veramente: dura un minuto e cinquanta e permette di risparmiare oltre un'ora e mezza della propria vita se lo si vede al posto del film.