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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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(dis)Sequenze#6 - Hardcore! è una bufala

Hardcore! è una bufala anche nelle sue frasi di lancio. "Un'esperienza rivoluzionaria", "Il cinema del futuro è arrivato" sono virgolettati che campeggiano nel trailer per accalappiare i gonzi o i ragazzini ancora passibili di virginale stupore effettistico. Rifletterci, anche solo per un attimo, significa cadere nella rete, legittimando un puro gioco virtuosistico che sta al cinema come il freestyle sta al calcio giocato. Il film di Ilya Naishuller è intrappolato in un banale paradosso: si ritiene pomposamente una pellicola adrenalinica senza tuttavia possedere alcuna adrenalina, perché svuotato di ogni possibilità narrativa di germinazione della tensione. Il problema è confondere l'adrenalina con la velocità. Beep Beep è veloce, non adrenalinico. Usain Bolt non dà mai vita a una situazione adrenalinica: la darebbe se cadesse dopo la partenza per poi tentare la quasi impossibile scalata verso la vittoria. L'adrenalina dovrebbe essere fornita dalla sublimazione della suspense al suo massimo livello, una volta giunta ai limiti della sostenibilità. Ma in Hardcore!, per struttura e vocazione del film, la suspense non è possibile generarla. Per un paio di ingenui errori concettuali.

Tradizionalmente, le pellicole costruite sull'esclusività soggettiva possiedono un problema di ancoraggio emotivo dell'identificazione. Chiedere al Philip Marlowe di Una donna nel lago o al Bogart evaso ne La fuga di Delmer Daves. Personaggi (e di conseguenza narrazioni) che perlustravano lo spazio, esaltando una dimensione visivo-esplorativa a danno dell'essenziale componente emotivo-identificativa, l'unica in grado di ingenerare una qualunque partecipazione patemica del pubblico. In Halloween di Carpenter, altro caso di soggettiva insistita – benché limitata al celebre prologo –, si assisteva al problema opposto, perché la consueta pratica di sguardo veicolata subdolamente in minaccia verso terzi originava un evidente cortocircuito identificativo, la cui unica domanda possibile era chi-è-che-guarda?, domanda che nei due casi precedenti perdeva d'importanza. Importanza che non esiste certo in Hardcore!, in cui è assolutamente indifferente se il protagonista sia un cyber-husband o un clone: dopo una breve introduzione, durante la quale la supposta moglie spiega gli innesti articolari e la loro funzionalità, inizia la corrida ipervitaminica che abbatte ostacoli come al luna park, fornendo solo per istanti brevissimi (non si arriva mai al secondo) l'eventualità contraria e insperata (se solo ci fosse il tempo per sperarla), polverizzando i termini di tempo necessari a generare l'ipotesi di minaccia e privando lo spettatore della possibilità di rimanere agganciato al complesso ordito di emozioni, timori e inquietudini che solo una sapiente alternanza tra soggettive e oggettive sul personaggio può rivelare.

Inoltre, l'utilizzo della GoPro come simulatore dello sguardo inasprisce una situazione già empiricamente errata: la prospettiva grandangolare della piccola camera e la sua vocazione dinamica non strutturano né gerarchizzano lo spazio, ma si limitano ad assumerlo e a fagocitarlo vorticosamente, come una pioggia improvvisa e torrenziale che s'infrange in pieno volto. La costruzione della tensione esige anche una progressiva rivelazione dello spazio modulata dai criteri dilatabili del tempo, altrimenti la narrazione non sarebbe altro che un vertiginoso e passivo rollercoaster, una versione steampunk degli Hale's Tours. Altro che cinema del futuro.

Anche considerando Hardcore! un estremo (e tardivo) derivato cinematografico degli Shoot 'em up o degli Beat 'em up (da Doom e Goldeneye 007 in avanti), la situazione non è destinata a convincere: passi l'assenza di qualunque principio di identificazione con il protagonista, ma la mancanza del requisito dell'interattività equivale a vedere per un'ora e mezza un altro giocare utilizzando il nostro sguardo. Al di là della schizofrenia dell'assunto e ignorando le ipotesi di alienazione contemporanea, sai che divertimento? La frustrazione di un'impotenza avvertita comunque come estranea.

Da qualunque parte lo si guardi, Hardcore! non è altro che un arido esercizio di stile che forza i confini ottici dell'azione trascurando i principi narrativi che ne sollecitano la partecipazione.