Concorso

Django di Étienne Comar

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Reda Kateb è Django Reinhardt nel primo film del Concorso che è anche l'apertura della Berlinale.

Nella Parigi occupata, Django sfida i nazisti che gli intimano un tour di esibizioni in Germania; fugge allora dalla città cercando di arrivare in Svizzera ma fallendo nell'impresa. Forte dell'aiuto della comunità gipsy e cavalcando le corde indemoniate della sua chitarra Django resiste, non si piega, sopravvive. Intorno a lui la moglie incinta, l'anziana madre che tutto amministra, i compagni musicanti e la bella bellissima "gadja" Cécile De France che di Django è innamorata, ricambiata, ma che è anche molto impegnata nel gestire connivenze varie tra occupanti da una parte e maquis dall'altra.

Non è un biopic, non è un film sul manouche-jazz, non è un film storico sull'occupazione nazista e neppure un film sulla persecuzione dei nomadi; non riesce a essere nemmeno un film costruito sulla performance d'attore perché Kateb, purtroppo fuori da Pigalle annaspa costretto in un ruolo che gli si avvicina appena in pochi momenti. Non è un film problematico e neanche un film di quelli che indispone, però che film è Django?

Un romanzetto uno a uno che trova pretestuosamente nel personaggio di Reinhardth un motivo di curiosità e fascinazione, vorrebbe parlare del potere dell’arte e dell’artista sopra ogni cosa ma si smonta prima ancora di partire. Sfuma così ogni potenzialità o ogni velleità dell’esordiente regista Étienne Comar (affermato sceneggiatore però) in un pasticcio che resta tutto in superficie e che una pletora di macchiette più o meno caricaturali spinge talvolta fino al grottesco (i militari tedeschi su tutti). Quello che sfugge soprattutto è proprio la volontà di coinvolgere una figura come quella di Reinhardt senza per altro raccontarne quasi nulla se non piccoli dettagli o aneddoti da wikipedia usati, appunto, a mo’ di pretesto, come per dare uno spessore "reale" alla vicenda, come se, di per sé, pensare a un film che metta in scena il dramma dell’olocausto dei sinti non fosse sufficientemente forte o narrativamente convincente.

Django è insomma uno sforzo vano, un raccontino indeciso che forse avrebbe voluto essere qualcosa di più ma che si perde nell’inconcludenza complessiva dell’operazione e nelle note buttate un po’ al vento della musica di Reinahrdt.