Concorso

Mr Bachmann and His Class di Maria Speth

Stadtallendorf è una piccola cittadina di circa ventimila abitanti che si trova al centro del land dell’Assia: letteralmente in mezzo al nulla. Tanto che i nazisti negli anni Trenta decisero di costruirci un’enorme fabbrica di esplosivi avvantaggiandosi del suo essere fuori dai grandi obiettivi militari. Dopo la guerra il suo sviluppo bellico venne convertito a industria civile: la Fritz Winter ci costruì un'enorme fonderia e poi la Ferrero apri il suo primo stabilimento estero. Oggi Stadtallendorf è ancora una grande città operaia: si dice che a passeggiare per le sue strade si senta odore di nocciole o di scarichi industriali.

I grandi nodi della produzione capitalistica sono da sempre anche poli di attrazione di forza-lavoro, con buona pace di chi pensa che il lavoro stia andando verso la sua scomparsa: è per quello che oggi a Stadtallendorf il 70% degli abitanti ha un passato da immigrato e il 25% non ha la cittadinanza tedesca. Le scuole sono quindi un crocevia di culture, provenienze, lingue e il loro corpo docente è in prima linea a provare a “umanizzare” la contingenza di un incontro innanzitutto economico, che funziona nell’indifferenza rispetto alle sue conseguenze culturali. Nella Georg-Büchner-Gesamtschule – una scuola media statale – ci sono ragazzi che vengono dall’Azerbaijan, dalla Russia, dalla Bulgaria, persino dall’Italia oltre che naturalmente dall’onnipresente Turchia. Spesso parlano a stento il tedesco, hanno famiglie con tradizioni e culture molto diverse, ma soprattutto fanno esperienza della “differenza” che caratterizza quella terra di mezzo che sono gli anni tra gli 11 e i 13, in cui non si è più bambini ma non si è ancora adolescenti. Gli anni in cui si inizia a “differenziarsi” rispetto ai propri pari, alla famiglia, al mondo degli adulti.

A fare da traghettatore di quest’esperienza c’è Dieter Bachmann: ex-cantante folk, ex-scultore, spirito ribelle e controculturale, che prova in modo anti-conformistico a gettare del desiderio dentro quello che sembrerebbe invece a tutti gli effetti essere una polveriera sociale. È lui, che è quasi sempre di fronte alla macchina da presa, il vero protagonista del film. E la strategia della regista Maria Speth è semplicemente di starlo a guardare lungo un intero anno scolastico. Difficile non pensare a Entre les murs di Laurent Cantet, eppure l’atmosfera è molto diversa: non ci sono tutti i conflitti e l’incomprensione che attraversavano quel film. O meglio, quando ci sono, Bachmann riesce a stemperarli: a far parlare i ragazzi e le ragazze tra di loro, a svelare i loro pregiudizi impliciti, o semplicemente a mostrargli quelle che sono le regioni dell’altro.

D’altra parte è anche vero che siamo in una classe che se paragonata alle condizioni della scuola della banlieue di Cantet sembra avere un che di avveniristico: classi di una quindicina di alunni al massimo, tra le attività ci sono la musica, la scultura, spesso si fa lezione in mezzo al prato e in generale c’è tutto un portato di attività fisiche che rompono continuamente la staticità di banchi e della cattedra. Anzi, Bachmann a un certo punto quasi si lamenta di essere costretto a volte a far fare ai suoi ragazzi qualche esercizio di matematica o di grammatica invece che fargli cantare una canzone, come forse lui vorrebbe. Il risultato è che l’impressione che ha lo spettatore man mano che va avanti il film (per le sue quasi quattro ore) è quello di conoscere Ferhan, Ilknur, Cengizhan, Mattia, Stefi e tutti gli altri ragazzi della 6ª B nella loro vita a tutto tondo, non solo in quella scolastica: d’altra parte per la maggior parte del tempo noi non li vediamo seduti su un banco, ma li osserviamo genericamente vivere insieme. La scuola insomma parrebbe essere fino in fondo indistinguibile dalla vita. Ed è proprio quello che Bachmann vorrebbe per i suoi ragazzi e le sue ragazze: farli crescere innanzitutto come essere umani prima ancora che come studenti.

Forse è proprio qui che si trova la trappola del film, o quanto meno della sua ideologia implicita. La scuola è un luogo da sempre di transizione: sta a metà tra lo spazio privato della famiglia e quello pubblico della società, senza essere fino in fondo né l’uno né l’altro. È una terra di mezzo, proprio come la pre-adolescenza dei protagonisti del film. Bachmann invece sembra a tutti gli effetti fare le veci di un padre per questi ragazzi. Colpisce vedere il contatto fisico che stabilisce con loro e il grado di confidenza che francamente sarebbe inimmaginabile in una qualunque altra scuola europea o nordamericana (quanti professori delle medie si mettono a raccontare ai propri alunni della loro prima esperienza sessuale o dei problemi di alcol dei propri genitori). Insomma la sua presenza costante al cuore dello schermo sembra diventare in certi momenti anche un ingombro simbolico: chi è che alla fine avrà la propria compensazione narcisistica? Lui o i ragazzi? E com’è – verrebbe da chiedersi – la vita dei ragazzi della 6ª B senza Bachmann? Prima e dopo la campanella? (che ovviamente in questa scuola alternativa non esiste)

Un dettaglio lo si può cogliere verso la fine del film quando Bachmann consegna le pagelle ai propri alunni e ci tiene a ribadire che «voi non siete questo voto!», «voi siete molto più di una lettera». Ferhan – la ragazza grassottella, sempre con hijab in testa e giacca allacciata fino all’ultimo bottone anche in classe, che all’inizio molti sfottono ma che poi faticosamente riesce a essere parzialmente accettata – rimane fissa a guardare il terreno con un voto insufficiente che probabilmente peserà come un macigno nel prosieguo della sua vita. Non è forse paradossale che sia proprio il professore anti-autoritario quello che più efficacemente riesce a sotterrare quello che sarebbe forse dovuto diventare (in modo anche sano) un conflitto con i propri studenti? Non è paradossale che l’unica autorità che non viene mai messa in discussione in tutto il film sia proprio quella del professore anti-autoritario?

Nell’ultima scena – esattamente come Entre les murs – la macchina da presa si sofferma a guardare la classe vuota dopo che l’ultimo giorno di scuola è finito. Ma invece che guardare i banchi vuoti (ovvero l’istituzione scolastica stessa, vista nella sua astrazione impersonale anche se pregna di senso) si mette a guardare di schiena Dieter Bachmann, che è rimasto da solo e che dopo qualche secondo fa il gesto di asciugarsi le lacrime. È questo primo piano che rimane apparentemente pudicamente fuori campo – una sorta di immagine-affezione rimossa dopo che invece il suo volto è stato sempre al centro dello schermo per quasi quattro ore – che vediamo il sintomo di un film che ha finito per essere la proiezione immaginaria di un unico personaggio: quello del docente. Della vita dei suoi studenti, a cui probabilmente aspetta una vita di lavori operai sottopagati o di lavoro domestico iper-sfruttato, non vedremo. Però ce lo immaginiamo.