Concorso

A Hero di Asghar Farhadi

Dopo la disastrosa avventura spagnola di Tutti lo sanno, Asghar Farhadi torna in Iran e torna al suo cinema fatto di relazioni e di dilemmi morali. Questa volta si concentra su Rahim, un giovane uomo dall’aria mesta, in prigione per non essere riuscito a restituire un debito, e sui suoi tentativi di tornare a casa dalla famiglia. Il film inizia infatti con la sua uscita dal carcere per un breve permesso durante il quale decide di fare di tutto affinché il suo creditore ritiri la denuncia a suo carico.

Farhadi inizia così il racconto, mostrandoci Rahim che sale, sale, sale, percorrendo una gigantesca impalcatura attaccata a una parete di roccia. Appena raggiunto il cognato che sta lavorando i due iniziano a scendere. I livelli cominciano qui a moltiplicarsi, con i piani dell’impalcatura a simboleggiare la fatica del cammino che Rahim sta per intraprendere. La narrazione procede infatti accumulando le difficoltà e mettendo alla prova Rahim che a ogni blocco si trova costretto a decidere cosa fare. Sarà la scelta giusta? O quella sbagliata? E soprattutto chi è davvero Rahim? Dove sta la verità?

Ognuno nel film ha la sua verità – o per lo meno è convinto di averla – e gli interessi dei singoli che intervengono nella vicenda si fanno sempre più numerosi complicando la narrazione e togliendo ogni possibilità di oggettivazione. Rahim esce sembrando aver finalmente trovato un modo per restituire i soldi al suo creditore: ha dell’oro (dove lo ha preso?). Al cambio, dove va con la sua innamorata (che vuole sposare in seconde nozze dopo luscita dal carcere) non gli concedono abbastanza per coprire il debito e, sempre più mesto, si allontana in cerca di una soluzione. Si reca allora a una banca raccontando che quell’oro è un ritrovamento e che sta cercando il legittimo proprietario per restituirlo. Gli annunci affissi per le strade, una telefonata di una presunta proprietaria, l’orgoglio del direttore de carcere: il caso del detenuto esempio di virtù che non si appropria indebitamente del facile bottino viene subito mediatizzato. Rahim diventa un vero e proprio eroe ma anche uno strumento utile a molti: agli amministratori che devono mettere a tacere le voci sui maltrattamenti all’interno del carcere, all’associazione di beneficienza che elargisce grosse somme per aiutare i detenuti coinvolgendo facoltose signore, ai politici locali, alla televisione. Parallelamente però, anche lo scetticismo cresce innescando una vorticosa dinamica di prove per Rahim che si trova al contempo idolatrato ma anche guardato con sospetto. Si tratterà di una messa in scena? Fino a che punto è disposto ad arrivare? Sta speculando sulla balbuzie del figlio?

Lo sguardo di Farhadi osserva tutto con lucida distanza, guarda Rahim (sempre con la stessa espressione dimessa) e gli altri personaggi salire, scendere, entrare, uscire, cercare, litigare, aiutarsi, picchiarsi, commuoversi; tutto sembra succedere davanti ai nostri occhi ma non sappiamo più niente, davvero. I piani si moltiplicato e con loro gli interrogativi morali. Solo i bambini che non giudicano e non si esprimono sembrano testimoni sopra le parti, sempre in secondo piano, sul fondo dell’inquadratura, osservano e ascoltano, stanno lì per venire sospinti in avanti dagli adulti al momento del bisogno e fare la loro parte. Cosa staranno pensando davvero?

Farhadi torna dunque a casa e torna al suo cinema e ritrova la sua posizione davanti alle cose centrando il suo sguardo sui dilemmi morali che da sempre lo interessano. Torna all’essenza insomma. Ora che si è ritrovato attraverso un film chiaro (benché un po’ verboso e reiterato) che lo ha rimesso a proprio agio potrebbe fare un passo avanti.