Concorso

Annette di Leos Carax

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Il gesto autoriale è chiaramente anche un gesto politico. Del gesto autoriale forte, deciso, e, almeno in due occasioni (Rosso sangue, Holy Motors), decisivo, Leos Carax ha fatto una specie di pensiero di vita. Non ci può essere cinema senza vita. Non ci può essere cinema senza “gesto”. Ma chi è più grande, il cinema o la vita? A me piace pensare – romanticamente – il cinema. Quello che ci intercetta, e che di noi intercetta non le istanze sociali ma le istanze sentimentali. Che sono importanti, direi fondamentali, tanto nella vita quanto nel cinema. Non ho mai potuto fare a meno dei sentimenti, al cinema. Carax l'ha capito bene che cinema e sentimenti non sono due realtà distinte, e che l'uno non può che intrecciarsi irreparabilmente, naturalmente, agli altri. Pensate – appunto – a Rosso sangue, ai suoi slanci che nascono “da freddo”, alle sue accensioni. Pensate a Holy Motors, che credeva nei “sentimenti cinematografici” a tal punto da risultarne un modello per la contemporaneità delle immagini.

Annette è questo. Annette è un'ode al sentimento lavorata con piglio personalistico attraverso il cinema, cioè la produzione delle immagini, la nostra cultura visuale. È la celebrazione della finzione, dell'artificio, del “falso”: oggetti miracolosamente in grado di risolvere la realtà. Annette è la figlia di uno stand up comedian (Adam Driver) e di una cantante d'opera (Marion Cotillard), ed è un bambolotto. Che però osserva, canta, muove le masse. E infine giudica, senza perdonare i torti, i peccati, il mostruoso. È proprio qui, in questo momento di moralità insperata, che la bambola diventa umana. E Carax dice addio alle immagini: “non guardatemi più” è l'ultima battuta. Il cinema non sopporta più i sentimenti. L'immagine è inadeguata, ha guardato troppo, ha inventato troppo, troppa finzione, troppi palcoscenici.

Ma come? Il cinema non doveva salvarci, secondo Leos Carax? Non doveva creare e creare e creare fino addirittura a definire nuove forme (di vita), nuove grammatiche, nuovi linguaggi? Cosa gli è successo? Perché nove anni dopo Holy Motors il film, nel senso di immaginario di immagini, fabbrica non di sogni ma di nuovi vocaboli, è diventato per Carax un ingombro da non-guardare-più? Siamo per caso noi – spettatori, cinefili, amanti – a dovere abdicare à nous amours per dedicarci un pochino di più, un pochino meglio, alla vita?

Eppure il recitar in note di Annette (ma lasciamo perdere Demy, per favore) è aperto con il suggerimento di tirare un ultimo respiro profondo prima di abbandonarsi all'apnea e da un corteo degli interpreti e dei musicisti che cantano trionfalmente “si va a cominciare” con indicazioni (nel testo di uno dei brani degli Sparks, che compongono la colonna sonora) delle porte laterali d'uscita della sala, e si chiude durante i titoli di coda con una marcia notturna di ringraziamento della troupe, che saluta festante: ma allora il cinema ha ancora una funzione riparatrice e risolutrice! O no?