Concorso

Les Olympiades di Jacques Audiard

La parte per il tutto. Les Olympiades è solo uno dei quartieri del XIII arrondissement di Parigi, un’infilata di palazzoni coi nomi delle città che hanno ospitato i giochi olimpici e con dei padiglioni bassi dalla copertura a onde che ospitano negozi e servizi; un sistema di edifici concepito da Michel Holley, nella scia delle teorie urbanistiche di LeCorbusier, tra il 1969 e il 1977. Una fetta di quella Parigi “nuova”, in sostanza, presa di mira da Godard in Deux ou trois choses que je sais d’elle, divenuta nel corso dei decenni una Chinatown per molti versi atipica.

Tra questi palazzi, introdotti da Jacques Audiard con una serie di inquadrature aeree sempre più vicine ai tetti incatramati e alle finestre aperte sulla città, si incrociano le strade di Émilie, Camille, Nora e Amber, personaggi pensati a migliaia di chilometri di distanza dal cartoonist americano Adrian Tomine (le quattro storie sono Amber Sweet, Killing and Dying, Summer Blonde, Hawaiian Getaway) e reinventati per lo schermo da Audiard stesso con Léa Mysius e Céline Sciamma.

In quello scenario della città nuova - che nella riflessione di Godard si profilava come luogo dell’alienazione assoluta generata dalla società dei consumi - compaiono: Émilie (Lucie Zhang), una ragazza originaria di Taiwan in cerca di qualcuno cui affittare una stanza nell’appartamento della nonna in casa di cura con l’Alzheimer; Camille (Makita Samba), che, a dispetto del nome da fanciulla in fiore è un affascinante ragazzone di origine centrafricana, un professore di letteratura francese molto amato dai suoi studenti liceali, che si presenta per rispondere all’inserzione; Nora (Noémie Merlant, attrice feticcio di Sciamma), che arriva da Bordeaux con un passato non risolto e si è iscritta all’École de Droit all’università di Tolbiac ma ha poco a che spartire con gli altri studenti di dieci anni più giovani; e poi arriverà anche Amber (la pop star Jehnny Beth), performer sexy online con la quale, per una bizzarra combinazione, Nora viene scambiata.

A sei anni da Dheepan, dopo la straodinaria divagazione western dei Sisters Brothers, Jacques Audiard torna a filmare Parigi, anche se non nella banlieue di allora che si trasfigurava proprio in uno scenario da western urbano. Anzi, la periferia che era stata alienante per Godard (e che non è banlieue) diventa una pagina a righe, quelle verticali e orizzontali delle architetture, dove tratteggiare storie nuove, svincolate da molti degli accidenti della contemporaneità; ritratti di solitudini che cercano di ricomporsi secondo uno schema estremamente libero, che se volessimo classificare sulla ruota dei generi è comunque in qualche modo una romantic comedy. E lo fa infischiandosene anche della verosimiglianza, mantenendo in qualche misura la dimensione della graphic novel (della quale mantiene anche il bianco e nero, con qualche inserto a colori), astratta dalle contingenze politiche e rovesciata tutta sull’intimità dell’individuo e delle relazioni interpersonali: non di certo un ritratto naturalistico di quello che siamo, ma di quello che potremmo essere. La parte per il tutto.