Concorso

Les intranquilles di Joachim Lafosse

Paradiso terrestre, presto perduto. Al largo della costa frastagliata di Toulon, spalancata sul Mediterraneo, Damien (Damien Bonnard) lascia la conduzione del motoscafo al figlio Amine (Gabriel Merz Chammah), che avrà sì e no 10 anni, mentre lui rientra a nuoto. Amine ha un’esitazione, ma incoraggiato da papà riesce a portare l’imbarcazione a riva, dove trova ad attenderlo la madre Leïla (Leïla Bekhti). Damien sembra non tornare e Leïla si inquieta, finché non lo vede sbucare dall’acqua, in campo lunghissimo. Due ore dopo, sullo stesso schermo, nello stesso quadro, Damien è in riva a un lago del Lussemburgo, mentre lo sguardo in soggettiva di Amine si allontana, con la macchina guidata dalla madre, lasciando il padre solo, accanto al profilo acuminato della barca.

L’inizio e la fine, senza rivelare troppo, di Les intranquilles, il nuovo dramma famigliare di Joachim Lafosse: un plot semplice, tre vite difficili. Damien, che è un pittore con molto potenziale e una certa notorietà, si presenta animato da un’inarrestabile energia, notti insonni a dipingere e a ribaltare casa, giornate passate con la moglie, il figlio, l’amico Serge, gallerista, e la figlia bambina di quest’ultimo, che alla prima apparizione viene letteralmente fatta volare in piscina; tutto sembra "normale", non è immediatamente evidente che dietro quell’"intranquillità" si agita lo spettro di una sindrome bipolare. "È un artista, si sa come sono fatti gli artisti" si potrebbe pensare volendo ignorare che i gesti cominciano a essere palesemente esagerati, in spregio al pericolo e alle convenzioni, al senso di vergogna. Prima ospedalizzazione, litio.

"Acquario, non avere vergogna" è l’invito dell’immarcescibile Rob Brezsny nell’oroscopo che Damien legge al figlio ad un certo punto. E, in fondo, la vergogna, la honte, è una coscienza del sé e dell’altro che nasce proprio sulla soglia del paradiso terrestre. Mes amours/Vous qui me savez des vôtres/Vous qui me savez si pauvre/Si pauvre et si nu pourtant canta la voce di Jean Ferrat su un ostinato "à la Ravel" in una delle scene più intense: una dichiarazione di amore incondizionata, nuda, da parte di Damien a Leïla e ad Amine, i suoi amori, come lo è il tatuaggio coi loro nomi che si intravede all’altezza del cuore.

Accanto a Damien, Leïla, appunto. Dopo la diagnosi, il film vira sulla sua inquietudine di moglie e di madre, sulla sua capacità di sobbarcarsi la fatica di tenere insieme la famiglia, sul suo confrontarsi con i limiti e le asimmetrie di un amore come quello per il marito (non a caso restauratrice). A maggior ragione è straniante e al tempo stesso necessaria nel suo essere liberatoria la scena di ballo immediatamente dopo una visita in ospedale: il corpo per sua stessa ammissione un po’ appesantito di Bekhti ("ho preso 15 kg e non te ne sei nemmeno accorto") sembra diventare improvvisamente impalpabile e librarsi tra i convitati di una festa.

Perché, ovviamente, un film come Les intranquilles non è fatto solo di scrittura e di regia: Lafosse ha abbandonato da tempo l'idea di fare un cinema rigorosamente pianificato, lascia che gli "incidenti" della realizzazione portino il film anche lontano dalla sua idea originaria. Gli "incidenti" principali sono proprio i corpi degli attori, che si danno incondizionatamente al progetto, al punto che nel film concluso mantengono i propri nomi. E se il corpo di Leïla assume progressivamente i segni della fatica nel reggere i colpi di un percorso "senza guarigione", pure senza perdere mai lo smalto luminoso della scena iniziale, Damien si sottopone a una serie di metamorfosi impressionanti, poiché alle due fasi dell’anima corrispondono due stati del corpo: taurino e irrefrenabile da un lato, bolso e svuotato dall'altro. Se non bastasse, Bonnard, che ha studiato pittura all’accademia, ha anche affiancato il pittore belga Piet Raemdonck nella progettazione dei dipinti che affollano il film; ma, soprattutto, su questi interviene, in un corpo a corpo furioso con il colore e la tela, nelle fasi up, e quasi non riesce ad avvicinarli quando il litio fa il suo effetto. "Papà, così sembri uno zombi" dice Amine. Perché ovviamente, il terzo corpo, quello che rimane in mezzo, e subisce le tensioni dei genitori senza cedere, è quello di Gabriel Merz Chammah, pieno, irresistibilmente spontaneo, vitale, vigile. Per questo l’ultimo sguardo non può che essere il suo, o meglio, quello del suo personaggio: quello è suo padre, e di un papà non ci si vergogna.