Concorso

Nitram di Justin Kurzel

Il massacro di Port Arthur viene considerato una delle stragi più sanguinose mai compiute in Australia: tra il 28 e il 29 aprile 1996, Martin Bryant uccise a colpi d’arma da fuoco 35 persone e ne ferì altre 23. Nitram di Justin Kurzel non è tanto un film che vuole raccontare quei momenti drammatici e folli, quanto, piuttosto, provare a tracciare la lenta discesa verso il baratro di un ragazzo della Tasmania poi condannato a 35 ergastoli.

Fin dalla scelta del titolo - che riporta il soprannome denigratorio con cui il protagonista viene chiamato per tutto il film - Kurzel dipinge il ritratto di una persona isolata e bullizzata il cui destino sembra tracciato in partenza. Con un percorso narrativo che ricorda la nascita del Joker, la macchina da presa segue in maniera fredda e distaccata il susseguirsi delle giornate che conducono alla strage. A differenza di Todd Philips, Kurzel non riesce però ad avvicinarsi emotivamente al suo protagonista, né tantomeno a creare l’idea di un contesto sociale impregnato di violenza e capace di generare unicamente altra violenza.

Il regista australiano si limita ad accumulare in maniera schematica situazioni ed episodi la cui somma non sorregge il peso di un epilogo così drammatico. Chiudendosi poi sul primo sparo di Martin Bryant il film mantiene la strage fuori campo, dichiarando così di voler raccontare le cause invece del fatto in sé.

Anziché avvicinarsi al protagonista per provare a capirlo, Nitram punta il dito altrove: sul banco degli imputati finiscono i genitori del ragazzo, mai in grado di gestirlo caratterialmente, e lo stato australiano, che fino al compimento della strage non aveva mai regolamentato la vendita delle armi. Anche in questo caso, però, il contesto sociale rimane così in superficie da non andare oltre i cliché sulla vita di provincia, esaurendo il proprio materiale nelle didascalie prima dei titoli di coda.

Più che “banalità del male”, verrebbe da dire “banalità” e basta.