Concorso

Petrov's Flu di Kirill Serebrennikov

Il titolo originale è Петровы в гриппе, Petrovy v grippe, dove “v” (в) significa “in”: perché in russo si è in una malattia, e la traduzione letterale suonerebbe pressapoco I Petrov nell’influenza, anche se giustamente i francesi l’hanno tradotto Les Petrovs et la grippe, perché invece noi neolatini le malattie le abbiamo, o ce le portiamo appresso per via di paratassi. Ma è proprio quella “в”, quella particella di stato in luogo del titolo originale, la condizione di “stare dentro” a una malattia e alle sue manifestazioni sintomatologiche, a essere la chiave di lettura per il nuovo film di Kirill Serebrennikov. Il quale, tra l’altro, continua a vivere e lavorare in una condizione di stato in luogo imposta dai domiciliari cui è condannato per un supposto caso di appropriazione indebita di fondi, esattamente come il protagonista di Delo di Aleksej German jr.: chiuso in casa, “v dome”. Per convenzione comunque useremo il titolo internazionale Petrov’s Flu (anche se pure lì, l’apostrofo andrebbe spostato, visto il numero delle persone colte da questa influenza).

Dire Petrov in Russia è come dire Ferrari in Italia, giusto per non scomodare il solito signor Rossi; i Petrov in questione stanno a Ekaterinburg, e sono una famiglia in cui tutti i membri vengono toccati da un’infezione che provoca febbre e allucinazioni: niente paura, il parallelo con il virus che ci tiene sotto scacco da due anni è da intendersi integralmente a posteriori, visto che il romanzo di Aleksej Sal’nikov all’origine di questo film è stato pubblicato nel 2016, e il progetto di Serebrennikov, che comunque ha girato il film prima che la pandemia esplodesse, risale al 2018.

Il film ruota letteralmente intorno alla famiglia Petrov, strutturandosi come una sorta di ronde in acido, nella quale il primo a contagiarsi è Petrov sr. (Semyon Serzin), garagista e disegnatore a tempo perso di fumetti, antieroe paradigmatico, che vediamo già mal messo nel (quasi)piano sequenza di apertura su un autobus, con babushka d’ordinanza e dialoghi iperbolici sull’immobilità della società russa, trascinato dal vicino Igor, una sorta di personaggio cerniera di fronte a un’esecuzione sommaria che, nemmeno a dirlo, è solo nella sua testa. Anche la ex-moglie di Petrov, Nurlynisa Petrova (Chulpan Khamatova), che fa la bibliotecaria, viene colpita dal morbo, che acuisce le sue pulsioni omicide, o meglio, la tramuta in una sorta di vampira a luce diurna; a ruota si infetta anche il figlio di otto anni. È la vigilia di Capodanno, festa laica per eccellenza, ora topica della cultura popolare russa e del cinema popolare sovietico, e infatti, al centro di una struttura circolare in cui, di volta in volta, il punto di vista del nuovo contagiato riordina e complica la progressione degli eventi, c’è Marina (Yuliya Peresild), o il suo fantasma, una giovane Sneguročka (la fanciulla delle nevi del folklore russo) che un capodanno di tanti anni fa aveva stretto la mano a Petrov sr., misteriosa e inarrivabile.

Petrov’s Flu, pur toccando il tasto politico della convergenza tra passato e presente è ben lungi dall’essere un atto d’accusa esplicito alle logiche dominanti dello Stato che sta limitando la possibilità di viaggiare fuori dai confini della Russia del suo autore; e d’altronde, questa grave limitazione sembra non toccare la sua volontà e possibilità di lavorare con un dispositivo cinematografico ben più flamboyant di quello di altri cineasti sotto arresto (e ovviamente non si può che pensare a Jafar Panahi). Bisogna ammettere che non tutte le eventuali tracce simboliche/metaforiche sono chiare, almeno non dopo una sola visione. Certo non aiuterà a farsi ben volere dalla censura moscovita il bacio tra Semyon Serzin e Ivan Dorn, la pop star ucraina che interpreta Sergej, l’amico filologo e aspirante scrittore che si preoccupa di pianificare il proprio suicidio.

Quel che è certo è che si viene attratti come falene o respinti senza replica, da questa giostra di Serebrennikov, dove, tra gli altri, Bulgakov, Gogol e forse anche Joyce sembrano tenersi per mano dopo aver preso un acido, calati in una confezione formale che a sua volta sembra riprendere, almeno in superficie, la complessità del cinema di German sr. insieme ai topoi delle commedie sovietiche sul capodanno (Ryazanov e soci). Forse siamo falene perché anche a noi, tanti anni fa, una fanciulla delle nevi ha stretto la mano e, forse, ci ha perfino sorriso.