Fuori Concorso

The Velvet Underground di Todd Haynes

Che cosa sono stati i Velvet Underground? Todd Haynes li racconta, nel documentario che porta il nome del gruppo avant-garde, non tanto come fenomeno musicale quanto come fatto culturale figlio di un’epoca – gli anni Sessanta – su cui hanno lasciato il segno. Haynes crea un’aderenza perfetta tra forma e contenuto: dunque split screen e colori psichedelici, e quel tempo dilatato che caratterizzava la musica della band capitanata da Lou Reed. Proprio con Reed comincia e finisce il racconto di questa time capsule che ha come pietre angolari Andy Warhol e Bob Dylan: da un lato la contaminazione delle forme espressive in un’idea di arte (pop) espansa, dall’altro il rigore semantico e una purezza ancorata a radici lontane.

Reed sta nel mezzo, con la sua personalità carismatica e ingombrante, figlio rabbioso del suo tempo, influencer nel senso archetipale del termine, amato da uomini e donne e amante di uomini e donne, elegante e brutale come i suoi testi che davano voce a chi non l’aveva (ancora) avuta, crisalide pronta a trasformarsi in farfalla - e pazienza se insieme al bozzolo gettava via i suoi compagni di strada.

Haynes ricostruisce per suoni e per immagini il percorso umano e musicale prima di Reed, che “aveva radici in Baudelaire e Rimbaud”, poi di John Cale e Maureen Tucker, che si raccontano da soli al regista con una punta di ironica malinconia, poi di Sterling Morrison, Angus MacLise, Moe Tucker, Doug Yule, e di molte altre figure chiave dell’epoca, primo fra tutti “l’extraterrestre” Warhol. Un capitolo a parte merita la malinconia remota di Nico, “l’iceberg biondo vestito di nero”, anche lei nel mezzo fra Reed e Warhol: e delle due donne del gruppo si avverte una certa marginalità subìta, ma anche la capacità di essere parte integrante di un gruppo davvero avanti, in molti sensi.

Un gruppo che aveva un suono diverso da tutti, una qualità ipnotica e irrequieta, che alla musica “non aggiungeva ma toglieva”, come ricorda Reed in uno dei suoi tanti interventi campionati da interviste passate. “Il tipo di musica che sentiresti mentre fuori infuria una tempesta”, ricca di sottotoni che sembrano provenire da un altro spaziotempo, colorazione inconfondibile fatta di voci imperfette e sonorità stridenti, utili a raccontare un mondo in transizione e quell’oscurità latente che era parte di Reed e di Cale e di Nico, ma anche del tempo scardinato che i Velvet Underground hanno contribuito a rivoluzionare.

Haynes si mette a servizio di quella palette polisensoriale e di quel periodo di rottura senza riparazione – per chi l’ha vissuto in prima persona e in prima linea. In seguito sarebbe arrivata la restaurazione, e il successo singolo di Reed, cui Haynes non dedica neppure un minuto: perché la vera camminata sul lato selvaggio era cominciata, e in parte già finita, grazie al gruppo del “Banana album”, cui Haynes riserva la sua nostalgia.