John le Carré: un mondo come il nostro, di sfigate, scalcagnate, umanissime spie

George Smiley, protagonista di molti dei romanzi della prima fase dell’opera di John le Carré (al secolo David John Moore Cornwell, scrittore ed ex agente dell’MI6, morto a 89 anni lo scorso 12 dicembre), in Il visitatore segreto (1990) dice: «Certi interrogatori a volte non sono interrogatori, ma comunioni fra anime offese». Quello di Le Carré è un mondo di tradimenti, disillusioni, ambiguità morali e un senso sempre incombente di fallimento e sconfitta, molto spesso più umana che professionale. La spia che venne dal freddo (1964), suo terzo romanzo, rappresenta già la summa di questa visione: Alec Leamas è un uomo alla deriva, un agente in disarmo incastrato in un gioco più grosso di lui che, un po’ per amore, un po’ per spirito di giustizia, un po’ per un’indole di tipo “conradiano” è destinato in partenza a soccombere. Un ottimo Richard Burton dall’aria più sbattuta e pesta che mai incarna alla perfezione Leamas, nella versione cinematografica di Martin Ritt del 1965.

George Smiley, da parte sua, appare fin dall’esordio letterario di Le Carré Chiamata per il morto (1961): funzionario dell’MI6 descritto come una persona intelligentissima, tenace, dalla memoria prodigiosa e una capacità di correlare i dati fuori dal comune, è tuttavia di modi alquanto goffi, d’aspetto trasandato e con una certa tendenza al sentimentalismo che lo rende piuttosto fragile sul piano emotivo (cosa che il suo diretto avversario, il capo dei servizi sovietici Karla, cerca di sfruttare). Nel 1967 è interpretato da James Mason nella versione cinematografica diretta da Sidney Lumet. Mason è uno Smiley perfetto: impiegatizio e incisivo, a tratti ironico, a tratti dolente, arricchisce il personaggio di una serie di sfumature malinconiche che affiorano di tanto in tanto elegantemente fra le crepe di una sobria professionalità.

Una dozzina di anni dopo Alec Guinness riprende il personaggio di Smiley per le serie Bbc La talpa (Tinker, Tailor, Soldier, Spy, 1979) e Tutti gli uomini di Smiley (Smiley’s People, 1982), tratte da due dei romanzi della cosiddetta “Karla Trilogy” (La talpa, 1974, L’onorevole scolaro, 1977 e Tutti gli uomini di Smiley, 1979). Il suo è uno Smiley ancor più introverso, ma non meno attento. Sornione come un gatto, la sua è una mimica di tutto il corpo, ma soprattutto di sguardi: dietro gli spessi occhiali i suoi occhi osservano con attenzione ciò che c’è intorno, scrutano, guardano in tralice (come un “confessore gesuita” – l’espressione è dello stesso Le Carré) e soprattutto esprimono discretamente quanto inequivocabilmente la vulnerabilità sentimentale del personaggio: Guinness è lo Smiley ideale, capace di esprimere con un lampo liquido, appena accennato e subito represso dello sguardo sia l’amore che la delusione per l’ex moglie Lady Ann, che lo ha tradito sia sentimentalmente che professionalmente. Gary Oldman, nella più recente versione di La talpa (diretta da Tomas Alfredson nel 2011), ha saputo interpretare da par suo un altro ottimo Smiley, forse persino al livello dello stesso Guinness. Ma Guinness è Smiley.

In seguito alla caduta del Muro di Berlino, Le Carré, ben lungi dal perdere l’ispirazione, aggiunge alla sua tavolozza un nuovo colore: la alterszorn ovvero, in tedesco, la “rabbia dei vecchi”. Quella di Le Carré è una rabbia lucidissima, nata dalla consapevolezza che se prima della fine dell’Unione Sovietica si combatteva una guerra a suo modo “giusta”, per difendere il nostro mondo (ma sia chiaro: con il fondato dubbio di aver usato metodi non migliori di quelli dei nostri nemici), ora tutto il mondo è preda di un capitalismo rapace in cui spadroneggiano le multinazionali (Il giardiniere tenace, 2001), mafiosi russi e banchieri londinesi (Il nostro traditore tipo, 2010), un mondo in cui la lotta al terrorismo è una scusa per schiacciare i diritti umani (Yssa il buono, 2008; Una verità delicata, 2013). Senza trascurare la Brexit: sull’argomento Le Carré, da sempre contrario, è intervenuto diverse volte puntualmente e lucidamente, e se ne è anche ispirato per il suo ultimo romanzo La spia corre sul campo (2019).

La alterszorn di Le Carré è la rabbia controllata e convincente del polemista informato, che prende posizione senza perdere la capacità, la profondità nel descrivere, amare e farci amare i suoi antieroi sbrindellati, ostinati, integerrimi, scalcagnati e perdenti: il Günther Bachmann di Yssa il buono (interpretato, nella versione filmica del 2014 La spia – A Most Wanted Man, con grande sensibilità da Philip Seymour Hoffman alla sua ahimè ultima interpretazione), funzionario di una sezione collaterale dei servizi tedeschi che preferisce un approccio al lavoro più umano ed empatico ma ritrova i suoi sforzi ostacolati e poi rovinati dalla burocrazia dei superiori e dall’invadenza strafottente dei “cugini” americani, è il degno fratello di George Smiley e di Alec Leamas.

Padrone degli strumenti narrativi, finissimo psicologo, John le Carré nella sua carriera letteraria ha saputo prendere un genere codificato, la narrativa di spionaggio, e trascenderla fino a farne un acuto strumento di approfondimento umano e analisi storica e sociale. Al pari di altri narratori suoi conterranei e suoi contemporanei, come Graham Greene, James G. Ballard o il più recente Ian McEwan, ha saputo afferrare e illustrarci alla perfezione lo zeitgeist del nostro mondo, prima e dopo la caduta del Muro. Ci mancherà molto, la sua alterszorn. Goodbye, John.

[immagine in apertura tratta da The New Yorker, anni Sessanta]