10 film per le feste (e sulle feste) – Parte 2

Una lista per chi è stanco dei soliti film natalizi e ha voglia di titoli non così scontati (più qualche immancabile). Ecco i secondo dieci: 

Carol, Todd Haynes, 2015

Un grande magazzino. New York. Natale. Perché, si sa, a New York il Natale è più Natale che altrove. Carol Aird – elegante, statuaria, quasi ipnotica nei suoi gesti precisi: una donna che sembra abitare il proprio mondo – si aggira per il reparto giocattoli. Lì lavora Therese Belivet, che un posto al mondo lo deve ancora trovare e che per ora occupa quei corridoi troppo luminosi, con in testa un cappuccio da Babbo Natale che, misteriosamente, la rende più seduttiva che goffa. Carol cerca un regalo per la figlia, reliquia natalizia di un matrimonio in frantumi; Therese la spiazza, la scruta, la mette sotto scacco con la sua timidezza impudica. È li che si svolge il primo duello seduttivo di Carol, il magnifico film di Todd Haynes che parla di un amore tra donne per definirne l’autodeterminazione, che immagina un’affermazione di sé vissuta a costo della rovina. Con la città assembrata per santificare le feste a fare da sfondo a quell’incontro casuale ma già segnato dal destino, effimero ma cristallizzato nel tempo. Perché il Natale è un gioco di famiglia in cui però si mette sotto scacco ogni certezza; una questione di campi e controcampi dove riconoscersi e sorprendersi. Perché a Natale, certo, siamo tutti più buoni, ma siamo anche più nudi, fragili, empatici, pronti ad annegare in un Martini Dry dove si specchiano gli occhi di una sconosciuta, così lontana e – subito – così vicina.
Federico Pedroni


Un colpo di fortuna, Preston Sturges, 1940

Ovvero Christmas in July. Solo che nel film - il secondo di Sturges, da una sua commedia del 1931 (A Cup of Coffee, messa in scena solo nel 1988), complementare a I dimenticati - non è luglio, non è Natale: l’importante è il come se. La favola del capitalismo, come ogni Natale, anche quelli di luglio. Dick Powell è un Jimmy MacDonald come tanti, un candido impiegato che, prima di sposarsi con la sua Ellen Drew, vorrebbe allontanarsi dalla dimensione del mero, faticoso sopravvivere a cui sono stati costretti i suoi genitori durante la Grande Depressione: per questo propone uno (stupido) slogan a un concorso pubblicitario, per questo attende con ansia il risultato. Gender swap: maschio fragile, vuole quel benessere che, in tantissimo cinema del tempo, noir soprattutto, sono le donne forti e fatali a rivendicare. Il fatto è che certi suoi colleghi di lavoro gli recapitano sulla scrivania un telegramma farlocco, in cui lo si indica come il vincitore di quei 25000 dollari, e lui comincia a spendere e spandere, a fare regali a tutti, Babbo Natale e Messia dei sobborghi (anche se ebrei, è Christmas in July per chiunque). Come se, per l’appunto. E invece. I 67 minuti del film sono densi di trama, il ritmo è alto, i colpi di scena continui, e la parola (la sua ideologia, il suo incanto, le sue bugie) è protagonista, come sempre nel cinema di Sturges. Un avo di Una poltrona per due, in cui la mobilità sociale decantata dal sogno americano è possibile solo per scommessa, per gioco, per scherzo, una lotteria, in cui uno su mille, un milione, un miliardo, ce la fa. C’è una scena, sul finale, in cui il padrone della ditta in cui è assunto Jimmy gli confessa che non è il suo possibile talento a contare, ma il fatto che ci sia qualcun altro, fuori di lì, che lo riconosce. Tutto è possibile, certo, ma solo e soltanto possibile. Come se. Non c’è nessuna speranza, anche se c’è il lieto fine. Dietro la commedia, dolce e divertentissima, c’è una satira di sistema cruenta, a saperla guardare, sul mito del benessere, le logiche del capitale e il giogo ideologico in cui si muovono i protagonisti in cerca di riscatto. C’è il Natale, a luglio, ed è solo un’altra bugia.
Giulio Sangiorgio


Elle, Paul Verhoeven, 2016

Probabilmente nessun «joyeux Noël» è mai stato più cinico di quello che pronuncia Michèle, la Isabelle Huppert protagonista di Elle, alzando un calice di vino. È la vigilia di Natale e per l’occasione ha riunito la migliore amica e socia in affari, l’amante (marito della migliore amica), un ex marito (con fidanzata bella e giovane), un figlio (neo-padre) con compagna aggressiva, un attraente vicino di casa con religiosissima moglie e un’anziana madre botoxizzata che interrompe la conversazione per annunciare di voler sposare il molto più giovane ragazzotto che le siede accanto. Michèle reagisce con una risata di scherno, chiedendole come può essere così grottesca; ma sotto la tavola, piede scalzo, ha appena finito di provocare il vicino; il giorno prima, poi, si è masturbata spiandolo mentre completava un ingombrante presepe da giardino. A fine serata, passando di fronte alla televisione accesa sulla messa in Vaticano (Papa Francesco), Michèle non riesce a trattenersi: «Che sia maledetto! Che sia dannato! Chiudi il libro. Suona la campana. Spegni la candela». È il rito della scomunica, che sa a memoria. Davvero: Joyeux Noël.
Luca Malavasi


Fanny e Alexander, Ingmar Bergman, 2016

Fanny, Alexander e la noia. Sia ben chiaro, non sto affatto per dire che sia noioso Fanny e Alexander, tantomeno nella versione lunga, in cinque atti, un prologo e un epilogo, 5 ore e 12 minuti di binge watching ancora oggi irresistibile, soprattutto dopo che le puliture in HD hanno restituito lo splendore delle tessiture cromatiche di Sven Nykvist. La noia, ci ricorda Bergman, verrebbe da dire che lo rivendica, è un innesco fondamentale dell’immaginazione (non è un caso se i pedagogisti da tempo parlano di «diritto alla noia»), che il raccontar(si) storie è un antidoto fondamentale alla noia. E il Natale aristocratico degli Ekdahl, nel primo atto, è lo scenario perfetto, è un Natale come tanti, dove si percepisce il passo diverso dei bambini rispetto agli adulti, e si respira, insieme ai fumi del banchetto e le puzzette vigliacche dei più piccoli, il loro serpeggiante desiderio di essere altrove, pur continuando a registrare, filtrate, le storie dei più grandi. Non che i grandi si lascino perdere l’occasione di raccontarne, di storie: basta un nulla e una sedia sgangherata, raccolta in un angolo della camera, diventa un trono cinese. D’altra parte, il prologo si apre con il proscenio del teatrino di Alexander, dove si legge «Non solo per divertimento», e, sollevandosi i fondali, incornicia il primo piano del bambino, apparentemente da solo in una casa immensa. Lì sta vivendo, in attesa della festa, quel misto di attesa e noia, appunto; e inventa frammenti di storie, avvolto nei velluti dell’appartamento della nonna; vede fuori dalla finestra la neve, le venditrici di fiori di carta dai colori innaturali, mentre passa su un carretto una famiglia triste, ma rimane nel piccolo mondo di casa Ekdahl a immaginare altre storie, altre visioni, altri fantasmi, da sotto un tavolo. Quarant’anni fa, Bergman ci offriva le linee guida per un Natale in lockdown.
Alessandro Uccelli


Furyo, Nagisa Oshima, 1983

Se si lascia l’indicibile titolo italiano Furyo si perde di vista il senso diversamente natalizio di Merry Christmas, Mr. Lawrence che nel secolo scorso - meno di quarant’anni fa in senso cronologico, ma anche un secolo metaforicamente come distanza culturale - portava in testa alle classifiche nientedimeno che un film di Nagisa Oshima. E non per le ragioni meno nobili che avevano avvantaggiato non molti anni prima l’altro suo capolavoro, L’impero dei sensi, in Italia Ecco l’impero dei sensi. “Ecco” dunque in cosa consistevano gli auguri di Natale che Takeshi, nei titoli di testa così, senza Kitano, faceva a Tom Conti in Merry Christmas, Mr. Lawrence. Il Natale era la sigla di un finale ironico, tragico, ben poco augurale. La guerra aveva spazzato tutto, le vite, il desiderio, il senso della misura logico-razionale. L’umanità era ridotta a un paradosso festivo. Lì, per ovvie ragioni chiusi in un crudele campo di prigionia, oggi qui in casa in guerra con il virus. La fine della guerra coincideva in questo senso perverso con il Natale, mentre le punizioni inflitte dai vincitori ai vinti, con capovolgimento dei rapporti di forza esistenti, lasciavano intendere che l’ennesima guerra mondiale non avrebbe portato nulla di buono dopo. Doppio giro di auguri, doppia lingua, doppia cultura, doppia coppia di attori, doppia coppia di musicisti-attori. In parallelo con Kitano e Conti recitano il loro mortale melodramma d’amore David Bowie e Ryūichi Sakamoto, anche autore di una colonna sonora che è entrata nella storia della musica da film, in un tempo sospeso come le inquadrature rigorose, sceniche, teoretiche.
Anton Giulio Mancino


Il Grinch, Ron Howard, 2000

L’imbarazzo della scelta dura poco. Dei tre Grinch, quattro con il testo cartaceo di partenza di Dr. Seuss, da custodire gelosamente probabilmente, complice il ventennale dall’uscita in sala, è quello di Ron Howard che estende la trama letteraria illustrata ma anche quella del fedele cortometraggio d’animazione del 1966 per la CBS di Chuck Jones e Ben Washam, Il Grinch e la favola di Natale, in originale appunto Dr. Seuss' How the Grinch Stole ChristmasIl ritorno all’animazione con narrazione extralarge e buonista della Illumination aiuta ad apprezzare meglio, sulla distanza, il lavoro fatto dall’ex Richie Cunningham di Happy Days. Perché sia (diventato) un film di culto è facile capirlo ora, anche grazie ai Funko Pop. C’era Jim Carrey e oggi si stenta a ritrovarlo in auge. C’era la possibilità di coglierne l’ironia perché se ne restava al chiuso, mentre oggi al chiuso, peggio del Grinch a Natale e isolati ce ne stiamo tutti. E l’emblematica cattiveria era autentica, specialmente quella inflitta al cagnolino costretto a sgobbare come una renna. La stessa dei protagonisti all’inizio de La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi che bruciano l’enorme, borghese albero di Natale trafugato dalla Galleria Umberto di Napoli. I loro infausti natali sì che erano da rimuovere.
Anton Giulio Mancino


Il nostro Natale, Abel Ferrara, 2001

Oddio è Natale! Quel giorno che arriva inesorabile facendoci sentire in dovere di ricavare per lui uno spazio e un’attenzione speciali (quali che siano le condizioni contingenti). Lo dice la recita che apre Il nostro Natale di Abel Ferrara, restituendo attraverso la low-fi dell’immagine video la necessità della ritualità celebrativa del Natale fatta non solo della recita a scuola ma anche dell’attesa dei bambini, della ricerca del regalo più desiderato, delle canzoni, dell’albero. Eccolo lo spazio speciale del loro Natale. Lì in quello scarto tra realtà e narrazione che creano le immagini innestate della videocamera (è il 1993) sta l’unico spazio possibile per il Natale di questa famiglia newyorkese di origini dominicane. Uno spazio totalmente fittizio che dalle immagini video passa all’appartamento borghese di Manhattan. Non è la realtà quella, ma l’autorappresentazione che “mamita" e “papito” hanno scelto e hanno costruito per relegarci la serenità (non solo natalizia) della propria famiglia. Fuori di lì, sono narcotrafficanti, gestiscono un giro di spacciatori che regnano sovrani per le vie del Bronx dove fiumi di eroina arrivano direttamente dal loro appartamento. L’altro. Quello dove risiede la realtà, quello meno elegante e meno protetto: spazio in cui si traffica ma anche spazio trafficato in cui chi entra ed esce porta morte, pericolo, tragedia. Come piace a Ferrara, è sempre una questione di sfrontato gioco con il proprio destino, di limiti e di peccati (originali o meno), di sacro e di profano, di colpa e di redenzione, un gioco di spazi e di livelli, in cui il tempo scorre e con il tempo scorrono le immagini e il passaggio dalla realtà alla messa in scena è giusto una questione di dissolvenze incrociate. Silent night, holy night, All is calm, all is bright.
Chiara Borroni


Piccole donne, Greta Gerwig, 2019

Il Natale, per Marmee March, è il giorno giusto per insegnare alle figlie Meg, Jo, Beth e Amy, come condividere con il prossimo il poco che si possiede, come trovare gusto nella generosità per poi essere ricompensati dal gesto gentile di un vicino burbero. Il Natale, per le sorelle March, rappresenta il sogno, di colpo esaudito, di riavere con loro il padre, ferito sul fronte di una Guerra civile che sembra distante ma riverbera continuamente nella vita piegata della comunità. Il Natale è il momento magico in cui Beth, gravemente malata, riesce a raccogliere le proprie forze per riabbracciare e vivere, con i suoi cari, un ultimo momento di gioia. Il Natale è anche una continua epifania, una finestra sulla vita futura che attende queste piccole donne, l’attimo in cui confessare aspirazioni e desideri, in cui svelare l’intimo della propria individualità. Il Natale diventa il palcoscenico ideale su cui recitare e, allo stesso tempo, essere se stesse. L’attimo cristallizzato in cui stare tutte insieme, libere nelle peculiarità di ciascuna. È la ragione simbolica che tiene sveglia di notte la febbrile Jo, all’inseguimento del suo sogno da scrittrice, e che fa esplodere le parole destinate a tenere insieme quel coacervo di passioni chiamato sorellanza, quell’impasto di passato e futuro che le travolge e, contemporaneamente, definisce ciò che sono state, che sono, che potranno diventare.
Federico Pedroni


Regalo di Natale, Pupi Avati, 1986

Cosa c'è di più bello che trascorrere la notte dalla viglia di Natale con tre amici veri, quelli dell'adolescenza e della prima giovinezza, nelle quali fioriscono e crescono le amicizie più solide, incorruttibili e durevoli? I tre ex-ragazzi con i quali ritrovi istantaneamente l'armonia e la complicità di allora; e pazienza se uno dei tre ti ha tradito nella maniera peggiore (con tua moglie): sono passati anni e, soprattutto, c'è una bella posta in gioco. Letterale: una partita a poker con un avvocato di fuori, ricco, introverso, innamorato del poker e, si dice, perdente nato. Peccato che, in realtà, il "pollo" da spennare sia proprio tu. È tutto chiuso lì, in quella notte intorno a un tavolo, nella villa prestata da un'amica, luci troppo forti e un alberello sciatto in giardino, il Natale secondo Pupi Avati. Non cattivo, cattivissimo, di un'amarezza senza rimpianti e una lucidità senza commozione né riscatto finale. Il passato incombe, ma non si può riafferrarlo. Il fallimento, o comunque l'insoddisfazione, del presente è un muro grigio che i quattro non riescono a scalare. Diego Abatantuono (al primo ruolo drammatico), Gianni Cavina, Alessandro Haber e George Eastman si "riscoprono" con sguardi e parole pieni di sottintesi e di fughe, perplessi davanti ai racconti surreali e laconici dell'avvocato (un grande Carlo Delle Piane) che del gioco e del travestimento ha fatto una professione. Storia profondamente radicata nella provincia, tanto maligna quanto sa essere persino una provincia bonaria come quella emiliana.
Emanuela Martini


La vita è meravigliosa, Frank Capra, 1946

Chi ancora crede che sia un film "buonista" non lo rivede da un pezzo. Infatti, il film natalizio per eccellenza narra la storia di George Bailey, onesto americano medio che ha tentato più volte di andarsene da Bedford Falls per diventare ingegnere e costruire ponti, senza mai riuscirci, ha messo su famiglia e, alla vigilia di Natale del 1945, per la distrazione dello zio svanito e per la cattiveria del capitalista locale, fa bancarotta e decide di suicidarsi. La storia di uno che ha sognato l'American Dream ma è rimasto bloccato dalla vita quotidiana, e tuttavia è sempre stato morale e gentile con gli altri. In realtà, come molti altri di Capra (come L'eterna illusione, Arriva John Doe, Angeli con la pistola), La vita è meravigliosa è un grande film sull'amicizia, quella cresciuta su piccoli (o a volte grandi) gesti giusti, della quale nemmeno ti accorgi, finché all'improvviso ti si svela e ti aiuta a decidere di andare avanti. In questo senso, sì, Capra era un buonista, credeva nella "gentilezza degli sconosciuti". Molto meno, invece, nell'incorruttibile rettitudine dell'American way of life: deve scendere giù dritto dal Paradiso Clarence Oddboy, arzillo e più che maturo "angelo di seconda classe", per convincere George che la sua vita non è stata sprecata e che, senza di lui, Bedford sarebbe stata una cittadina orrbile, depravata, violenta (della quale si ricorderà Zemeckis in Ritorno al futuro 2). Comunque, buono o cattivo, lucido o "populista" (nel senso positivo del termine, ormai praticamente in disuso), un grandissimo film, davanti al quale è vietato NON piangere.
Emanuela Martini