Onde

A Window On the World di Axel Ohman

Provate a immaginare New York vuota, deserta, in silenzio. Nel mondo reale sarebbe praticamente impossibile: anche in piena notte a Manhattan circolano bus, metropolitane, i posti aperti 24 ore al giorno sono ormai moltissimi. Per vederla in silenzio ci vorrebbe davvero una calamità naturale che costringesse tutti a chiudersi in casa. È quello che si immagina Axel Ohman in A Window On the World, opera prima presentata ieri nella sezione Onde, dove vediamo New York poche ore prima che si scateni una violenta tempesta di neve. Dove la città è sola, esattamente come i due protagonisti del film.

Il cinema non è una fotografia, è una catena di fotografie. E per riuscire a dare una rappresentazione di un luogo non basta guardarlo così com’è, bisogna “estrarre” dalle architetture, dai paesaggi, dalle strade un affetto che ci possa dare il “mood” di quel luogo (e ogni luogo ha tanti “mood” quanti sono quelli che lo guardano, o forse quante sono le volte che viene guardato). Quella che Deleuze chiamava “immagine-affezione” non è nient’altro che un’immagine – di solito di un volto in primo piano – di qualcuno che ride, piange o che è attraversato da una particolare sensazione e che quindi finisce per “colorare” l’altra immagine a cui è associato. L’effetto, ben al di là di vedere qualcuno che piange o ride, è di estrarre una sensazione da quello che altrimenti sarebbe un luogo muto. È per quello che, intrisi come siamo di cultura americana, abbiamo l’impressione andando a New York di essere in luogo pieno di passioni, emozioni, ricordi, anche se lo stiamo vedendo per la prima volta: perché in realtà da quel luogo sono stati “estratti” tantissime sensazioni che sono quelle legate alla memoria di tutti i film che lì sono stati girati e che abbiamo visto.    

Per darci un’immagine di questa bizzarra solitudine della città di New York – A Window On the World potrebbe quasi essere definito un film di fantascienza – allora Axel Ohman sceglie due volti, visti molto spesso in primi piani di “immagini-affezione”: Kat, fotografa prestata per necessità all’industria della moda, e Clovis, broker di Wall Street annoiato, che ha appena lasciato il lavoro perché la New York Stock Exchange sta adottando un sistema computerizzato che renderà obsoleta la sede di Wall Street trasferendo i propri server nel New Jersey. Lei sembra aver appena lasciato Tom, l’uomo con il quale convive, mentre lui è appena stato piantato dalla fidanzata Lia, che fa la ballerina. Entrambi sono quindi in una fase di transizione, sono persi nelle strade che si stanno svuotando per l’arrivo della tempesta ed esprimono una sorta di sconnessione con quello che gli circonda. Il mondo attorno è il mondo digitale, quello dei telefoni cellulari, dei turisti che scattano le fotografie a Wall Street, delle carte di credito, dei cartelloni pubblicitari di Time Square, dei computer delle transazioni borsistiche. Mentre il loro è quello delle macchine fotografie analogiche, delle cabine telefoniche, dei caffè cash only. Si incontrano, non parlano quasi o comunque le loro conversazioni non sono particolarmente significative. Rimangono sostanzialmente in silenzio senza dirsi alcunché, né chi siano, né perché siano lì, né che cosa facciano nelle loro vite. A Clovis lei ricorda qualcuno, probabilmente la sua ex Lia.

La loro storia d’amore di una notte dunque è una storia di ombre – come nel bacio che si danno a Times Square dove sono l’unico cono d’ombra di un luogo che invece è pura luce emessa da schermi digitali. Perché il mondo analogico è un mondo di copie, di impressioni, di simulacri, di ricordi in negativo, dove esiste ancora il tempo e la distanza, proprio perché vi è un senso della perdita. La realtà del digitale invece – parrebbe dirci Axel Ohman, non senza un filo di nostalgia conservatrice nonostante la sua giovane età, dato che è nato nel 1990 – ha smarrito la malinconia a favore della simultaneità: lo schermo è una propaggine diretta della realtà senza alcuna distanza. Un mondo fatto di un eterno presente al quale sembrerebbe che siamo inevitabilmente destinati a soccombere.