Concorso

È stata la mano di Dio

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Per Paolo Sorrentino l’autobiografia è la storia del suo immaginario; il suo incontro con le idee, il suo scontro con la realtà. In È stata la mano di Dio, nel quale racconta la propria giovinezza attraverso l’alter ego Fabio, per tutti Fabietto, liceale nella Napoli tra il 1984 e il 1986, ragazzo studioso e introverso, legatissimo alla famiglia – al padre, alla madre, al fratello più grande, ala sorella sempre chiusa in bagno, alla pletora di zie, zii, cugini e parenti vari – e ancora di più al Napoli e a Maradona, la crescita del protagonista avviene attraverso l’esperienza del desiderio, del piacere, del dolore, della morte.

Se in La grande bellezza il bene più prezioso del protagonista era custodito nella memoria, un ricordo così luminoso e abbagliante da farsi indefinito, in questo film ogni spazio, personaggio o evento, anche il più doloroso, appartiene a un universo raccontato ed evocato a distanza, con rimpianto, affetto e soprattutto circospezione. Sorrentino ha quasi timore di entrare nella propria vita, nei propri ricordi, nel passato di adolescente diventato orfano a 16 anni, dopo la tragica morte dei genitori uccisi da una fuga di monossido di carbonio nella casa di vacanze a Roccaraso, in Abbruzzo.

E questo perché, come dice continuamente lo zio avvocato, ogni cosa è deludente e soprattutto, ancora, come dice il fratello di Fabio citando le parole sentite dallo stesso Fellini (sceso a Napoli per una serie di provini), la realtà è convenzionale e il cinema serve a fuggire dalla realtà. Sorrentino, in tutta la sua normalità di ragazzo senza passioni e idee convinto di diventare regista, è semplicemente spaventato dalla possibilità di deludere il suo stesso mondo; di rendere la sua realtà convenzionale e spaventosa.

Per questo, probabilmente, È stata la mano di Dio è pieno di luoghi misteriosamente chiusi (il bagno dove staziona la sorella), di bellezze desiderate (la zia Patrizia, disinibita e matta), di situazioni assurde a cui credere come a una fede (l’iniziale apparizione di San Gennaio del Monacello, che per un attimo diventa anche un film nel film, e quella di Maradona per la strada), di desideri covati, sognati, realizzati (l’arrivo di Maradona, la prima scopata, la dichiarazione d’amore per la zia) e poi dolorosamente e simbolicamente abbandonati (il televisore spento sui festeggiamenti del primo scudetto del Napoli...). Il cinema, insomma, aiuta a fuggire dalla realtà, ma le sue immagini quella stessa realtà la frantumano, la involgariscono, togliendola dal regno della memoria e dell’immaginario. Non è un caso, allora, che quello stesso immaginario nei film di Sorrentino si riformi sullo schermo nel segno dell’eccesso, dell’invenzione, della magniloquenza stilistica non necessaria. Come se il regista sapesse di non avere scampo, imprigionato nella sua stessa idea di liberazione e creazione.

Con È stata la mano di Dio scopriamo che alla base del cinema del regista napoletano c’è un’immagine non vista, qualcosa – non riveliamo cosa – risparmiato al protagonista Fabio e riconosciuto come unica storia in suo possesso: da un’assenza nasce dunque una presenza fin troppo ingombrante. Nel film mancano o quasi i soliti espedienti stilistici sorrentiniani, e quando appaiono – la galleria di orrori in audizione di Fellini – è proprio per evocare l’altro fantasma del suo immaginario, l'altro totem da uccidere per aprirsi al futuro.

Fellini, intravisto da Fabio ma significativamente lasciato fuoricampo, è il maestro, il modello, il rimosso. E come con tutto il resto, anche con lui Sorrentino ha bisogno di rompere, esplicitando la frattura fra sé e il mondo, ammettendo che ogni cosa è merda – come gli dice il regista Antonio Capuano, suo maestro aggressivo e ammirato – che ogni uomo è solo e che solo gli stronzi vanno a fare cinema a Roma.

Ovviamente a Roma a fare cinema Sorrentino ci è andato (il film si chiude con il suo viaggio d’andata), perché la sua stessa vita è stata tradimento e rottura, immersione nel passato e ingresso nel futuro, viaggio verso Roma e canzone dedicata a Napoli. “Resta unito, non ti disallineare”, dice ancora Capuano a Fabio, “resta unico”. Eppure Fabio, quando fa per la prima volta l’amore, entra tra le gambe della vicina di casa in quella che la donna chiama “la spaccatura”, la “grande fessa”… Non c’è scampo, non c’è unione, dunque: ogni corpo, idolo o corridoio (il film è pieno di corridoio in contruce attraversati da lenti carrelli in avanti…) è destinato a essere attraversato e lasciato.

Nella famosa scena della coda al cinema di Io & Annie, il professore della Columbia che strilla le sue opinioni nelle orecchie di Alvy Singer dice di non amare Fellini perché lo trova “indulgente… troppo indulgente”… Ecco, con È stata la mano di Dio è come se Sorrentino, consapevole di essere una sorta di parodia di Fellini, ammettesse la propria normalità nel modo più indulgente possibile. Ammette di essere un onesto imbroglione, chiede di essere guardato, non capito, e nemmeno per forza di cose amato.