Concorso

Freaks Out di Gabriele Mainetti

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Se Gabriele Mainetti ha deciso di aprire il suo film con una scena in cui la brutale violenza della guerra irrompe e distrugge la magia del circo, e quindi del racconto, è chiaramente perché in tutto il resto di Freaks Out la tensione è esattamente l'opposta. È quella della magia del racconto, della sospensione dell'incredulità, del cinema, che deve avere la meglio sulla guerra, sulla violenza e sulla Storia.

Certo, lo fa anche per dimostrare subito quello che sa fare con la macchina da presa, per mostrare che in quanto a stupore da un lato o a azione dall'altro lui, in fondo, pensa di potersela giocare alla pari con gli Spielberg e i del Toro. Con gli Hellboy e le Forma dell'acqua, ma anche gli Indiana Jones e i Soldati Ryan;e forse – iddio lo e ci perdoni – pure La lista di Schindler.

Per convincerci che il cinema italiano, alla fine dei conti, possa giocare la sua partita sul campo dei blockbuster a testa alta, e senza paura di provare ad andare a vincere.

Vaste programme, quello di Mainetti, supportato da grandi ambizioni, e – va ammesso – anche da anche capacità non comuni: sfacciataggine compresa. 

Piaccia o meno, Freaks Out segna un capitolo importante nella storia industriale e produttiva del cinema italiano, rappresenta un momento di cesura forte: che, a naso, il pubblico premierà con incassi notevoli, e che il mondo della produzione dovrà cercare di seguitare rendendolo un episodio non isolato.

Vaste programme, quindi, ma forse anche troppo, se mettiamo da parte le implicazioni economico-sistemiche, e ci fermiamo al testo, alla storia, alle immagini. Grandi ambizioni, quindi, ma purtroppo anche eccessive.

Fin dalla durata – 140 minuti che potevano e forse dovevano essere almeno venti di meno, ma anche trenta non avrebbero fatto un soldo di danno – Mainetti tradisce tutta la sua voglia di fare e strafare. Di fare del suo film qualcosa di sovrabbondante.
All'inizio la magniloquenza di Freaks Out può essere trascinante, anche in virtù della forza di certi personaggi e certe interpretazioni (Mainetti dovrebbe fare un monumento a Tirabassi e soprattutto – questione di minutaggio – a Castellitto jr., ben più di un alleggerimento comico ma vero asse portante del film), ma alla lunga rischia la stucchevolezza. 

Anche perché – e qui c'entra lo sceneggiatore, Nicola Guaglianone, più che il regista – superato lo stupore iniziale la sovrabbondanza non è ben gestita, le cose e le scene son tirate troppo per le lunghe e si fan ripetitive, e certe ottime intuizioni visive di Mainetti finiscono in minoranza di fronte a una serie di scelte sbagliate e sequenze da evitare.
Figlie, appunto, della voglia di strafare.

Non è il tanto, il problema di Freaks Out. È il troppo.
Non è il progetto, né l’ambizione, ma la mancanza di misura. L’incapacità di contenere, ridurre. Mirare con precisione per fare centro.

Franz, il pianista nazista che vede il futuro e dà la caccia ai freaks italianissimi di Castellitto, Santamaria e compagnia, quello interpretato da Franz Rogowski, ha sei dita per mano. Questo, unito alla sua capacità di preveggenza, gli permette di suonare in maniera arditissima, adattando nel suo Zirkus Berlin, piazzato nel cuore di Roma, brani come "Creep" dei Radiohead o "Sweet Child O'Mine" dei Guns'n'Roses, per lo stupore e la delizia dei suoi fan. Il superfluo del suo corpo, Franz, lo usa per virtuosismi occasionali e barocchi, che tutto sommato lo annoiano anche. E quando vuole raggiungere davvero il suo obiettivo – non ci riuscirà, va bene, ma perché è il cattivo, e il cattivo di un film come questo non vince mai – non esita un secondo a sacrificare quel dito di troppo.

Mainetti di sacrifici, invece, non ne ha fatti. Di tutto quel che c'era, non ha rinunciato a niente. Non alla guerra, non ai rastrellamenti degli ebrei, non al grottesco o al dramma, né all'umorismo. Non alla brigata partigiana composta da mutilati e infermi. Nemmeno ai cannoni che ti sparano in cielo, verso la luna, nell'ennesimo momento Spielberg stonato e ridondante.
Il suo virtuosismo è ostentato, e prolungato.

In mezzo a tutto questo, in mezzo alla confusione, il buono che c'è in Freaks Out – il suo coraggio, le sue intenzioni, le sue scene riuscite – rischia di passare in secondo piano. Di non farsi riconoscere abbastanza.
Come nell'interminabile e confusa battaglia finale tra freak e nazisti si fa fatica a riconoscere protagonisti e dinamiche, perché lì in mezzo è tutto un esplodere, uno stordire, un compulsare una macchina da presa che invece, in altri momenti, aveva dimostrato di saper raccontare anche le cose e le persone, e non solo il movimento. Di cogliere il sentimento e l’intimità con qualche silenzio in più e qualche effetto speciale di meno.