Dominik Graf

Fabian - Going to the Dogs

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Presentato in concorso al Festival di Berlino nel 2021, Fabian: Going to the Dogs è uno dei quei lavori che difficilmente possono trovare il successo in sala, risentendo paradossalmente dell’atmosfera festivaliera e del clamore critico che di solito tende ad allontanare le case di distribuzione (soprattutto in Italia). In questo caso, però, le cose sono andate diversamente e grazie all’impegno di PFA Films il film arriva da noi – e almeno per chi scrive l’occasione è imperdibile.

Tratto dall’omonimo romanzo di Erick Kästner, Fabian racconta la storia del pubblicitario Jakob Fabian (Tom Schilling) che, insieme all’amico e intellettuale Labude (Albrecht Schuch), nelle folli notti della Berlino dei primi anni Trenta, si diverte a frequentare i bordelli, i cabaret e gli ateliers più dissacranti e radicali della città. Immerso in una metropoli labirintica e soffocante, una sorta di rediviva Babilonia che sembra essere scampata alla recessione del ’29, Fabian farà la conoscenza di Cornelia (un’incredibile Saskia Rosendahl), ragazza suadente che lavora come attrice e di cui s’innamorerà perdutamente.

Accanto ad una sinossi tutto sommato tradizionale, la pellicola presenta almeno due elementi di grande interesse e originalità. Da un lato troviamo una marcata sperimentazione audiovisiva che, a differenza di quanto avviene in altri film d’avanguardia, riesce rappresentare le atmosfere e i turbamenti vissuti dai personaggi tramite uno stile ricercato privo di artificiosità; dall’altro, sebbene la ricostruzione storica rimanga sullo sfondo e le questioni politiche siano appena accennate, Fabian riesca a raffigurare la confusione e lo sbandamento istituzionale, culturale e sociale della Germania di Weimar con una forza vitale e una chiarezza davvero incredibili.

Soffermandomi su quest’ultimo punto, il film di Dominik Graf, pur concentrandosi in prevalenza sull’amore difficile tra Fabian e Cornelia, mette in scena il travaglio di “un’epoca spezzata” con un ardore immaginifico fuori dal comune. La dissoluzione grottesca dei bordelli, le performance dadaiste nei club borghesi di Berlino, la neghittosità dei caffè, l’attenzione morbosa verso una sessualità priva di limiti e l’atmosfera di una vita dissoluta vissuta sull’orlo del baratro sono il vero sostrato pulsionale dell’intero film.

Sembra quasi che Fabian e gli ambienti piccolo borghesi che frequenta si nutrano del cadavere della Repubblica di Weimar lasciando emergere le contraddizioni, le passioni, gli scandali e il languore di un’età che, a dispetto della sua incontenibile forza istintuale, si sta avviando nell’irrigidimento della dittatura nazionalsocialista. È proprio grazie a questa attenzione verso gli eccessi e le energie sepolte che Fabian riesce a restituire la complessità di un’epoca che, lasciandosi alle spalle le insicurezze della Grande Guerra, si sta avviando verso la dittatura hitleriana.

A proposito, come scrive lo storico George Mosse in La nazionalizzazione delle masse, l’avvento della nuova politica nazista è stata possibile grazie alla realizzazione drammatica di una serie di culti, miti e cerimonie di massa che hanno incanalato le dissoluzioni pulsionali presenti nella vita sotterranea tedesca in binari pubblico-istituzionali e il film di Graf vuole proprio rappresentare lo scenario socio-culturale che ha reso possibile l’avvento di un regime totalitario. È nella Berlino ribobolesca di Fabian dove si balla, si canta, si beve e si fa l’amore che si annida il germe dell’intransigenza, della censura e del declino dei valori democratici.

La seconda caratteristica che accennavo del film, e che si lega intimamente alla rappresentazione dionisiaca dell’atmosfera sociale berlinese, è l’articolazione linguistica della pellicola. Anche in questo caso, il regista mette alla prova lo spettatore scegliendo di spezzare i codici della rappresentazione e di sovvertire le tradizionali regole di montaggio.

Graf alterna senza soluzione di continuità flashback e flashforward, gioca con le ellissi, spezza il ritmo narrativo con del materiale d’archivio degli anni Trenta, velocizza alcune scene omaggiando la comicità slapstick, abbonda con i freeze-frame, ricostruisce le vicende con found footage che ricordano le sperimentazioni di Godard, costella il film di jump cut, avvicenda immagini in digitale con altre in pellicola e tutte queste tecniche, lungi dall’essere un mero esercizio dadaista, donano a Fabian un’area di vitalità veramente fuori dal comune.

Il lavoro di Graf, infatti, sembra essere un’entità viva che muta, si trasforma, si adatta alla storia e ai personaggi salvo poi cambiare nuovamente forma. Questa ecletticità e sfuggevolezza dell’oggetto cinematografico è possibile perché il cinema, come scrive Edgar Morin, offre non soltanto il riflesso del mondo ma quello dello spirito umano e l’umanità in Fabian è fatta da persone maledette, malate, ambivalenti che si divertono con ninfomani borghesi in pretestuosi locali jazz salvo poi risalire in superficie, all’aria aperta, e scoprirsi amanti della guerra e della dittatura. E uno dei modi per trasportare in immagini un mondo così denso e stratificato è proprio quello di adottare uno stile camaleontico, discontinuo, fatto di continui sovraccarichi sensoriali che portano lo spettatore a vivere in prima persona la confusione pulsionale di quella Berlino maledetta.

In definitiva, ciò che rende eccezionale il lavoro del regista tedesco è proprio la capacità di cogliere lo spirito di quel tempo tramite un’articolazione originale del rapporto tra significato e significato capace, come diceva Bazin, di produrre uno stile che crea senso.


 

Fabian - Going to Dogs
Germania, 2021, 176'
Titolo originale:
Fabian oder Der Gang vor die Hunde
Regia:
Dominik Graf
Sceneggiatura:
Constantin Lieb, Dominik Graf (dal romanzo di Erich Kästner)
Fotografia:
Hanno Lentz
Montaggio:
Claudia Wolscht
Musica:
Sven Rossenbach, Florian Van Volxem
Cast:
Tom Schilling, Albrecht Schuch, Saskia Rosendahl
Produzione:
Lupa Film
Distribuzione:
P.F.A. Films, RS Productions

Berlino, 1931. Durante il giorno, Jakob Fabian lavora nel dipartimento pubblicitario di una fabbrica di sigarette, mentre la notte passa il suo tempo tra locali, bordelli e atelier di artisti con il suo facoltoso amico Labude. Quando Fabian incontra Cornelia, una donna incredibilmente sicura di sé, riesce per un momento a mettere da parte la sua visione pessimistica del mondo. Si innamora, ma la felicità non dura. Viene licenziato, mentre Cornelia riesce a sfondare come attrice, venerata da stuoli di ammiratori e dal suo stesso produttore. Una situazione che Fabian trova insopportabile. Eppure, non è solo il suo mondo che sta cadendo a pezzi...

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