Sara Dosa

Fire of Love

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Islanda. Katia e Maurice Krafft spingono una jeep che arranca nella neve alta della tundra: lei è minuta, snella, gli occhiali da vista quasi le coprono l'intero volto. Lui è robusto, leggermente goffo, simile a un orso. Nati a 40 chilometri l'uno dall'altro nella regione dell'Alsazia –  e cresciuti tra le macerie della Francia del dopoguerra – i due vulcanologi si sono incontrati come studenti nel 1966, si sono sposati nel 1970 (scegliendo come meta del viaggio di nozze l’isola vulcanica di Santorini) e hanno trascorso il resto della loro vita visitando vulcani attivi in tutto il mondo, dallo Zaire alla Colombia, dall'America al Giappone. Fire of Love, diretto e co-sceneggiato da Sara Dosa (The Seer and the Unseen; The Last Season) e narrato dalla regista-attrice Miranda July, attinge a centinaia di ore di filmati in 16 millimetri – oltre a lettere e appunti – che Katia e Maurice hanno girato in più di due decenni, durante gli anni '70 e '80. 

“È il 1991. 2 giugno. Domani sarà il loro ultimo giorno”. La voce narrante di Miranda July, zuccherosa ma mai melensa incornicia in una dimensione favolistica questa storia vera: i due, per avvicinarsi al Monte Unzen in Giappone e documentare i fenomeni vulcanici, vengono infatti travolti e uccisi da un flusso piroclastico, insieme a un gruppo di 41 scienziati, vigili del fuoco e giornalisti. La morte è una presenza tangibile e costante in Fire of Love ma assume significati diversi. Katia e Maurice – funamboli bardati con tute di amianto – hanno sempre saputo che stavano rischiando la vita. In una delle loro prime perlustrazioni, la pelle della gamba di Maurice viene bruciata dal fango a 140 gradi: una sorta di rito di iniziazione al fuoco. Nella vita della coppia, la morte danza con il pericolo, con la trasgressione, carezza la follia. Tanto che Maurice pagaia tranquillo sul più grande lago di acido solforico al mondo. “La curiosità è più forte della paura”, dice Katia sancendo la loro rinnovata promessa di matrimonio e ripetendo il loro mantra.

“Katia e Maurice erano interessati alla vulcanologia perché erano delusi dall’umanità". La loro connessione con i vulcani era mistica e primordiale, soffusa di stupore infantile (The Seer and the Unseen raccontava, analogamente, la vicenda di una mistica ambientalista islandese). I due vulcanologi volevano toccare il perturbante, e lo fecero; i vulcani erano la loro forza vitale. Difficile capire dove iniziasse il loro amore e dove finisse l'ossessione per il magma. “Una volta che vedi un’eruzione - dice Katia - non puoi vivere senza di essa”. Durante le loro spedizioni, li vediamo indossare berretti in maglia rossi da Steve Zissou e tute ignifughe argentate, in una possibile unione tra l'uomo di latta del Mago di Oz e il maggiore Tom di Bowie. Scienziati outsider – hanno rifiutato il minuzioso sistema di classificazione dei vulcani della comunità scientifica – alieni venuti dallo spazio (il fervore di protesta degli anni '60 non li incitava anzi, appunto, li alienava), i coniugi Krafft camminano nel bagliore dell'arancio fuso contro la roccia nera (antesignano, in questo senso, Isole di fuoco di Vittorio De Seta). In questo paesaggio alieno, il sound design di Patrice LeBlanc raccoglie abilmente la colonna sonora sinistra e pulsante di Nicolas Godin degli Air e la musica di Brian Eno; ma trova spazio anche Je me sens vivre, canzone d'amore della francese Dalida. Centrale è anche il grande lavoro di montaggio di Erin Casper e Jocelyne Chaput, che sembrano strizzare l'occhio alla Nouvelle Vague. Le sezioni che utilizzano lo split screen forniscono un'idea delle distinzioni tra gli approcci di Katia e Maurice: lei è una geochimica e lui è un geologo; lei fotografa per congelare i dettagli nel tempo mentre lui filma il grande quadro in movimento. Attori senza sapere di esserlo, i Krafft avevano capito che il modo migliore per sostenere quella carriera richiedeva la pubblicità: li vediamo ospiti in trasmissioni televisive per spiegare il funzionamento dei vulcani, ma anche in tournée, oltre che promuovere libri e i loro interventi in riviste specializzate.

Un storia, quella di Katia e Maurice, così improbabile che Werner Herzog, in Into the Inferno, ne parla con ammirazione anche se Fire Of Love ricorda più La Soufrière o Grizzly Man e quel tipo di approccio al rapporto tra uomo e natura. Fire Of Love non ribolle; non ha rabbia, né agitazione, è piuttosto un discorso sull'amore e sulla rottura ineluttabile, una storia di creazione e di distruzione primordiali, una storia d'amore e morte. Come (quasi) tutte le storie. 

 

Fire of Love
Canada, Usa, 2022, 98 min
Titolo originale:
id.
Regia:
Sara Dosa
Sceneggiatura:
Shane Boris, Erin Casper, Jocelyne Chaput, Sara Dosa
Fotografia:
Pablo Alvarez-Mesa
Montaggio:
Erin Casper, Jocelyne Chaput
Musica:
Nicolas Godin
Cast:
Miranda July, Katia Krafft, Maurice Krafft
Produzione:
Sandbox Films, Cottage M, Intuitive Pictures, National Geographic Documentary Films
Distribuzione:
Academy Two

Gli intrepidi vulcanologi francesi Katia e Maurice Krafft hanno viaggiato per il mondo alla ricerca di eruzioni vulcaniche e nuvole di cenere. Per oltre due decenni, questa coppia di pionieri della scienza ha girato in lungo e in largo il pianeta inseguendo spettacolari crateri in eruzione e immense colate di magma, celebrando un amore così forte da sfidare anche le leggi della natura.

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