Valdimar Jóhannsson

Lamb

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La colpa non è tutta sua, povero Vladimir Jóhannsson. La colpa, se poi di colpa possiamo parlare, è di una tendenza che è andata allargandosi a dismisura nel corso degli ultimi anni; che ha avuto origine negli Stati Uniti e nel mondo di certe produzioni indipendenti molto alla moda e modaiole, e che poi ha contagiato anche altri paesi e altre cinematografie. 

La tendenza per la quale il cinema di genere, e l'horror in particolare, viene declinato secondo forme, estetiche e regole che appartengono al mondo dell'art house, del cinema d'autore: come se l'horror da solo - effettivamente un po' in crisi di identità dopo Scream e la sua onda lunghissima di ironie e distacchi meta - non avesse forme estetiche e regole sue che fossero solide o valide abbastanza da camminare verso il futuro con le sue gambe. 

Certo, ci sono stati anche esempi virtuosi: penso a Robert Eggers e al suo The VVitch (ma di certo non al successivo The Lighthouse, che ha gettato una luca ambigua anche su quel precedente; mentre Ari Aster non mi ha mai convinto). Ma la questione non è comunque riducibile al singolo autore, o al titolo specifico: si tratta di un fenomeno ampio e trasversale, dell'accumulazione, della canonizzazione. Del fatto che dentro atmosfere rarefatte e suppostamente eleganti e profonde, il genere sia oramai raggelato e pietrificato. Inerte. Morto.

E da questo punto di vista Lamb rappresenta una sorta di punto di non ritorno che dovrebbe far riflettere. Atmosfere rarefatte, dicevamo. E minacce incombenti. Spesso legate al mondo naturale. E poi, ovviamente, il Tema, la Metafora, il Simbolismo. Da questo punto di vista a Lamb non manca niente. Ci sono gli splendidi scenari naturali islandesi, c'è qualcosa di oscuro e di imperscrutabile, silenzi carichi di significati e segreti. Ci sono un padre e una madre che si trovano di fronte a un miracolo, o forse un abominio, di sicuro una seconda chance. Potenzialmente letale. Si parla di femminile contro maschile, e anche di Natura contro Cultura, volendo.

Ma allora cosa manca a questo film, che racconta di una coppia che trova nell'ovile delle loro pecore una creatura che eleggono a figlia, metà umana e metà no? Non solo mancano paura e tensione, che in horror sarebbero pure elementi abbastanza fondamentali, ma manca anche e soprattutto tutto ciò che è sostanza, carne, perfino sentimento. Che non è superficie, astrazione, intellettualizzazione un po' fighetta e soprattutto vacua. 

Lamb è la prova ultima e quintessenziale del fatto che in questo sotto il vestito di questo nuovo horror art house che va tanto di moda, non c'è niente. E che è ora di togliere l'art house dall'horror, o viceversa.

In più, purtroppo, in Lamb c'è anche Noomi Rapace, uno dei misteri più insondabili del cinema contemporaneo: attrice decisamente non brava, decisamente non bella, decisamente nemmeno un tipo. Vai a capire.


 

Lamb
Islanda, Polonia, Svezia, 2021, 106'
Titolo originale:
Lamb
Regia:
Valdimar Jóhannsson
Sceneggiatura:
Sjón, Valdimar Jóhannsson
Fotografia:
Eli Arenson
Montaggio:
Agnieszka Glinska
Musica:
Þórarinn Guðnason
Cast:
Noomi Rapace, Hilmir Snær Guðnason, Björn Hlynur Haraldsson, Ingvar Sigurdsson, Ester Bibi
Produzione:
Black Spark Film & TV, Chimney Poland, Chimney Sweden
Distribuzione:
Wanted

María (Noomi Rapace) e Ingvar (Hilmir Snaer Gudnason) vivono in una remota fattoria immersa nella fredda natura islandese, dove accudiscono il loro gregge e lavorano la terra.
Un giorno una pecora partorisce uno strano ibrido che i due decidono di tenere con loro, come fosse una figlia. Non sanno che il loro momento di gioia è destinato a finire e li porterà alla completa distruzione…

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