Pupi Avati

Lei mi parla ancora

Non è vero, se non in misura molto relativa, che Pupi Avati alterni film spaventosi ad altri ancorati al registro sentimentale. E la prova di questo apparente avvicendamento di luci e ombre è Lei mi parla ancora, la storia di uomo che non accetta di separarsi dai suoi fantasmi d’amore e dello scrittore fantasma, “ghost-writer” nel linguaggio corrente anglicizzato, che ne raccoglie la memoria restandone irrimediabilmente contagiato tanto da riscoprire come un figlio la possibilità di mettersi daccapo in gioco, in amore, in letteratura. Gli esemplari più recenti del genere da lui stesso definito “Gotico Maggiore”, come Il Signor Diavolo, libro e film, e L’archivio del Diavolo, per ora solo libro, non contraddicono l’apertura mistica, artistica, affettiva oltre la morte che Lei mi parla ancora concede a i vivi e ai non-morti o diversamente vivi.

La parabola poetica, biografica e autobiografica di Giuseppe Sgarbi e Rina Cavallini, “la” Rina, non semplicemente Rina, nel senso proprio che l’unicità dell’amore assume nella dimensione distesa e mitica del ricordo, la si comprende meglio se oltre a essere spettatori comuni, o purtroppo telespettatori in questa fase di visioni domestiche coercitive, si è anche persone. Occorre avere  esperienza dei rapporti umani, amore per la memoria e amore per l’amore stesso come insegna Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes per capire di cosa parla davvero questo film.

Che è prima di tutto un libro, Lungo l’argine del tempo: memorie di un farmacista che lo stesso Sgarbi ha consegnato alle stampe superata la veneranda soglia dei novant’anni, ben novantatre, e come libro si trasforma in oggetto dinamico in grado di trascorrere da un livello presente della vita a uno immaginario, contiguo appunto: di fantasmi accorati; per trasformarsi poi in romanzo in corso d’opera già sullo schermo che ne ripercorre la difficile, intima gestazione. Poiché è dallo schermo che dialoga con l’opera cartacea, trascritta dai dispositivi digitali, a emergere prepotente la natura condivisa dell’atto creativo che si alimenta di vita e si rinnova di vita in vita, da un autore all’altro destinato infine a metterci lealmente anche del suo perché dal lavoro su commissione ha imparato anche a vivere in prima persona.

Questo commosso omaggio a un uomo, a un longevo e sostenibile progetto di vita e di arte che diventa spazio domestico e familiare, pittura, scultura e letteratura congiunti, si arricchisce di invenzioni estranee al testo originale ma che con quello sono coerenti. Avati dialogando con un suo parente ideale come Sbarbi riscopre ulteriormente se stesso, il suo mondo, la sua terra, la sua musica, l’epoca in cui gli è piaciuto spesso vivere e far rivivere i suoi personaggi, il piacere di cogliere di un comico la radice drammatica preesistente, senza soluzioni di continuità: Renato Pozzetto in Lei mi parla ancora come Diego Abatantuono in Regalo di Natale e Massimo Boldi in Festival. Ognuno diventa il fantasma dell’altro, lo scrittore del regista e il regista che dona allo scritto parole ed esperienze proprie. Lei mi parla ancora è una vicenda sovrannaturale, dove i cimiteri vengono però denominati “orti dei defunti”. E lo è non meno di un testo come La compresenza dei morti e dei viventi di Aldo Capitini o di un film romantico emblematico sin dal titolo, non dell’orrore: Solo gli amanti sopravvivono di Jim Jarmush dove gli immortali protagonisti vampiri sono Adamo ed Eva e la casa di lui, ricca di cimeli d’ogni epoca viene elogiata per il bellissimo stile dell’arredamento.

Insomma, una storia di compresenze, nell’accezione nonviolenta di cui sopra, ossia di amanti trapassati, amori inveterati e amorosi passaggi di consegne in cui cioè i morti rivendicano letteralmente e letterariamente un saldo fondamento pascoliano. Dunque non fanno paura ma aiutano i viventi a vivere come esseri umani e non come sterili sopravvissuti al vuoto culturale, divisivo e morale contemporaneo. Lei mi parla ancora è un elogio dell’opera d’arte che rivive in una collezione amorosa che genera un ambiente curativo, coerente con la professione emblematica di una coppia di farmacisti che si sono giurati reciproca fedeltà e durata imperitura. Quindi un elogio di un paradigma d’arte che si rigenera su commissione e diventa a sorpresa persino più autentica grazie alla necessaria trasfusione di ricordi soggettivi capaci di estendere il raggio d’azione alla realtà, alla comunità, al tempo presente.

Non c’è insomma biografia che non sia in fondo all’anima o in piena coscienza un’autobiografia. Come suggerisce il titolo di questo intreccio di vita, libro e film che ne sigla la sostanza profonda: un’opera come una persona continua a parlare all’altra in confidenza, ancora. Senza fine.


 

Lei mi parla ancora
Italia, 2021, 100'
Regia:
Pupi Avati
Sceneggiatura:
Pupi Avati, Tommaso Avati (dal romanzo di Giuseppe Sgarbi)
Fotografia:
Cesare Bastelli
Montaggio:
Ivan Zuccon
Cast:
Renato Pozzetto, Fabrizio Gifuni, Isabella Ragonese, Chiara Caselli, Lino Musella, Nicola Nocella, Gioele Dix, Serena Grandi, Alessandro Haber, Stefania Sandrelli
Produzione:
Bartlebyfilm, Duea Film, Vision Distribution
Distribuzione:
Sky, Vision Distribution

Nino e Caterina sono sposati da sessantacinque anni e si amano profondamente dal primo momento che si sono visti. Alla morte di Caterina, la figlia Elisabetta, nella speranza di aiutare il padre a superare la perdita della donna che ha amato per tutta la vita, gli affianca Amicangelo, un editor con velleità da romanziere, per scrivere attraverso i ricordi del padre un libro sulla loro storia d’amore. Amicangelo accetta il lavoro solo per ragioni economiche e si scontra subito con la personalità di un uomo che sembra opposta a lui. Ma il rapporto tra i due diventerà ogni giorno più profondo fino a trasformarsi in un’amicizia sincera.




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