Lee Isaac Chung

Minari

Una storia semplice, a prima vista, ma che semplice non è. Ugualmente sono forse i modi del racconto che appaiono semplici nella loro minimale fluidità, ma – lo sappiamo – anche questa, quando c'è, è il frutto di un lavoro tutt'altro che spontaneo: l'immediatezza è il punto d'arrivo di un percorso che inizia con un'idea consapevole di cinema cui dare forma in un processo teso a realizzarla senza imporla, anzi ri-velandola in un gioco continuo di dissimulazione che fa dello spettatore un complice felice di esserlo.

Alla sua quinta prova, dopo l'esordio nel 2007 con Munyurangabo, storia “di amicizia e guarigione” ambientata in Uganda, che riscosse interesse e positivi riscontri al festival di Cannes 2007, Lee Isaac Chung (nel frattempo visto in Italia grazie soprattutto al Torino Film Festival) lascia in Minari libero corso a una materia che evidentemente gli premeva dentro e che doveva trovare l'occasione per palesarsi in una storia compiuta. Come sappiamo, alla base di questa vicenda di un immigrato sudcoreano che vuole dare vita a una fattoria di prodotti agricoli tipici della cucina coreana, destinati quindi principalmente agli immigrati appartenenti a questa etnia numericamente sempre più consistente, ci sono forti elementi autobiografici.

Il regista è a sua volta cresciuto in un contesto familiare simile, in Arkansas, quindi conosce ciò di cui ci vuole narrare; allo stesso tempo, però, la scelta di girare il film in Oklahoma, a Tulsa, ci propone un elemento di distanziamento, una presa di distanza da identificazioni immediate e controproducenti ai fini della giustezza dei toni su cui il racconto andava modulato.

Lee Isaac Chung, a prima vista, racconta la storia di un piccolo nucleo familiare: Jacob ha convinto a fatica la moglie Monica a seguirlo dalla California in Arkansas nel suo tentativo di realizzare un sogno: una fattoria in cui coltivare ortaggi coreani destinati alla comunità coreana perennemente in crescita. Con loro ci sono i due figli: Anne, una ragazzina riflessiva e responsabile, e il piccolo David, impulsivo e diretto, la cui salute è minacciata da un soffio cardiaco che necessita di continui controlli. Monica vorrebbe tornare in California e vede in questo “nuovo inizio” soltanto la minaccia della rovina finanziaria, e nella lontananza dai centri abitati il pericolo di non poter intervenire in tempo nel caso di una crisi cardiaca del figlioletto. Per mitigare il senso di isolamento, Jacob acconsente a far arrivare dalla Corea la madre di Monica, che si aggiunge quindi agli altri quattro con buone intenzioni ma anche con una personalità spiccata, non facile, che spesso si scontra con quella di David.

Racconto familiare, si diceva. Ma nell'affrontare i suoi disagi e i sogni di autorealizzazione del capofamiglia, il microcosmo dei Lee non può esimersi dal misurarsi con la necessità di un'integrazione con i locali (il lavorante che in qualche modo finisce per far parte del gruppo, la comunità religiosa che i Lee iniziano a frequentare) senza rinunciare ai loro valori culturali di appartenenza. Ne emerge la riflessione, sempre complessa e difficile, sulla realtà etnicamente composita e tutt'altro che risolta degli States, perennemente fonte di possibili incomprensioni e di una diffidenza profonda anche quando non evidente. Senza dimenticare il ricordo della guerra che in due occasioni emerge come elemento memoriale insopprimibile.

Il dilemma dell'essere coreani o americani si esprime, nei suoi momenti più critici, proprio in famiglia, particolarmente attraverso lo scontro tra David e la nonna (“puzza di Corea!”). A ciò si aggiunga l'altro tema portante costituito da un sentimento dell'esistenza come condizione di fragilità e di precarietà cui non è dato di porre rimedio, ma anche come flusso inarrestabile di vita. Nelle vicissitudini dei Lee, che arrivano a sfiorare la tragedia o la catastrofe, si rispecchia – ce ne rendiamo conto in fretta – una condizione universale. E la piccola piantagione semi-spontanea di minari (piantina da condimento molto utilizzata nella cucina coreana) cui dà vita la nonna, di quel sentimento diventa anche il simbolo (il correlativo oggettivo, verrebbe da dire).

Nell'insieme un disegno narrativo complesso, che presentava numerosi rischi di incartarsi, sia sul piano soggettivo che su quello oggettivo. Lee Isaac Chung è riuscito a padroneggiarlo stando con i piedi per terra e tenendo sotto controllo il congegno della messa in scena: a partire dalla scrittura misuratissima, per continuare con una direzione degli interpreti capace di muoverli con discrezione tra le piccole cose quotidiane e l'impatto causato dai momenti forti della vicenda, e completarsi nell'integrazione mai clamorosa ma sempre efficace tra riprese (composizione dell'immagine, posizione e movimenti di macchina) e un montaggio attento sia ai bisogni del racconto che alla connotazione dei personaggi in evoluzione nel loro contesto.


 

Minari
Usa, 2020, 115'
Titolo originale:
Minari
Regia:
Lee Isaac Chung
Sceneggiatura:
Lee Isaac Chung
Fotografia:
Lachlan Milne
Montaggio:
Harry Yoon
Musica:
Emile Mosseri
Cast:
Steven Yeun, Yuh-Jung Youn, Yeri Han, Alan Kim, Will Patton
Produzione:
Plan B Entertainment
Distribuzione:
Academy Two

Tutto ha inizio quando Jacob, immigrato coreano, trascina la sua famiglia dalla California all’Arkansas, deciso a ritagliarsi la dura indipendenza di una vita da agricoltore negli Stati Uniti degli anni ’80. Sebbene Jacob veda l’Arkansas come una terra ricca di opportunità, il resto della sua famiglia è sconvolto da questo imprevisto trasferimento in un fazzoletto di terra nell’isolata regione dell’Ozark. L’arrivo dalla Corea della nonna, donna imprevedibile e singolare, stravolgerà ulteriormente la loro vita. I suoi modi bizzarri accenderanno la curiosità del nipotino David e accompagneranno la famiglia in un percorso di riscoperta dell’amore che li unisce.




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