Emma Seligman

Shiva Baby

È possibile uscire indenni da un rinfresco funebre quando tra gli invitati c’è il tuo segretissimo sugar daddy con tanto di neo-famigliola felice? Il trucco potrebbe essere trattenere il respiro e sopportare le ammaccature dell’autostima, le domande insistenti dei parenti, le stilettate caustiche di una vecchia relazione, la demenza incipiente di tuo padre, le ardite formule di tua madre per comunicare alla società che non sei ancora una fallita. In sostanza, bisogna subire e aspettare che finisca.

Shiva Baby, brillante esordio alla regia di Emma Seligman, ha un titolo ammiccante che è anche una puntuale dichiarazione d’intenti: da un parte la tradizione ebraica del rituale collettivo che segue a un funerale - shiva -  dall’altra la nota intima di una generazione che vede rivoluzionata dal digitale anche la propria vita amorosa sintetizzata in quel baby che rimanda alla pratica molto contemporanea dello sugar dating. Il meccanismo comico che anima questo ritratto femminile è infatti basato proprio sul contrasto tra tradizione e contemporaneità, ma anche sul conflitto tra segreto e pubblico, tra inadeguatezza interiore e aspettative esterne. In questo senso, Shiva Baby è una classica commedia degli equivoci, un’allegra e verbosa matrioska di segreti e sussurri che si monta intorno a una coppia di amanti. L’unità di luogo e azione che rende lo shiva una sorta di microcosmo rutilante e grottesco regge la struttura del racconto che incalza con un ritmo feroce ed esilarante, sottolineato da una colonna sonora isterica, funzionale a ingigantire il carattere inquietante e mostruoso del contesto.

È la regia già matura della giovane cineasta che sottolinea, con la profondità di campo, come questo contesto imprigioni Danielle, la protagonista interpretata dalla bravissima Rachel Sennott. Il volto spaesato della ragazza viene infatti come isolato restituendo la sensazione anche visiva di essere in balia di una situazione paradossale che si traduce nell’affastellarsi caotico dei volti rugosi e ruminanti dei parenti. E così, anche grazie a un uso ora trasparente ora quasi espressionista della fotografia, la macchina da presa abbraccia il punto di vista della protagonista e restituisce la sua emotività.

I primissimi piani, i dettagli sul corpo, l’attenzione ai piccoli gesti e la frammentarietà dei dialoghi mettono il forma il bestiario dei partenti di Danielle: inquietanti, autoritari, fisicamente e moralmente ingombranti, totalmente refrattari a cogliere lo stato d’animo della ragazza, quel sentimento di vuoto tipico della sua età. Le aspettative sociali, i commenti sul peso e sugli abiti, le domande sul futuro e le aspirazioni professionali spingono verso la parodia ma Seligman riesce a smarcarsi dallo stereotipo del puro conflitto generazionale per mettere in scena, con leggerezza, il dramma e la tensione nichilista (e a tratti autolesionista) di una giovane donna in conflitto con il resto del mondo.

La forza del film risiede nella scrittura sincopata, interrotta e pungente di Seligman, nel suo animare il dramma con lo slancio comico imprevisto e nel suo inspessire il riso con un senso di melanconia radicata. Un’attitudine dramedy che ricorda l’esempio brillante di Phoebe Waller-Bridge, soprattutto per la relazione simbiotica, quasi confidenziale tra personaggio e istanza narrante. Proprio per questo suo sostare tra il riso e il lamento, Shiva Baby riesce ad aggiungere allo sguardo comico tipico della circostanza della cerimonia - da sempre ambientazione prediletta per la commedia corale - una nota drammatica che ha il merito di spingere il film ad assumere i toni di una dolente commedia generazionale.

Dopo il tenero finale, rimangono negli occhi la caotica esperienza della socialità vissuta da Danielle e il ruvido incontro con le apparenze e le aspettative di uno stuolo di parenti sfocati e imprecisati, ma non solo. È l’intimità stessa della protagonista a prevalere su tutto e Shiva Baby, grazie al pedinamento ravvicinato della macchina da presa e alla scrittura vivida e sincera, riesce nel suo impervio tentativo: ridere dell’angoscia, piangere e poi ridere ancora, finché non smetteremo di vergognarci di quello che siamo.


 

Shiva Baby
USA, Canada, 2020, 77'
Titolo originale:
Shiva Baby
Regia:
Emma Seligman
Sceneggiatura:
Emma Seligman
Fotografia:
Maria Rusche
Montaggio:
Hanna Park
Musica:
Ariel Marx
Cast:
Rachel Sennott, Danny Deferrari, Fred Melamed, Polly Draper, Molly Gordon, Glynis Bell, Rita Gardner, Cilda Shaur, Jackie Hoffman, Richard Brundage
Produzione:
Neon Heart Productions
Distribuzione:
MUBI

L’universitaria Danielle affronta una serie di incontri imbarazzanti durante una shiva, una riunione funebre della tradizione ebraica. Tra parenti dispotici, è irritata dalla ricomparsa di un’ex fidanzata e del suo sugar daddy segreto, che arriva inaspettatamente con la moglie e il figlio.




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