Pete Docter, Kemp Powers

Soul: cinema materialista

Jazzare. Cos’è la scintilla di cui tanto si parla in Soul?

Non possiamo saperlo con precisione, perché Joe, il nostro protagonista, si distrae quando lo spiegano all’IO seminario, l’ante-mondo dove le anime non nate si trovano per acquisire una personalità. Nonostante quel luogo sia una presa in giro e una presa sul serio di tutto il settore floridissimo del “self-improvement”, la scintilla non è un “goal”, non un “task”, non una “skill”, non si tratta affatto di scopi o competenze. 

Potremmo definirla invece come l’esperienza che accende per la prima volta corpo e anima, o meglio, il corpo nell’anima, il desiderio: la scintilla è l’immagine senza il significato.

Non è sbagliato dire che essa è “il motivo per cui vivere”. Solo che questa frase va presa qui in un senso rovesciato rispetto a quello che suggerisce un primo “basico” sguardo gettato sull’ante-mondo, Il motivo non è la motivazione per la quale si può vivere, ma il motivo musicale, il suono attraverso il quale l’esistenza sostiene il nostro io (come l’acqua circonda e sostiene un pesce). Sminuendo un po’ l’enfasi ma aumentando l’effetto, il motivo per cui vivere non è niente altro che “un motivetto” che ci accompagna ripetendosi uguale… “Canto quel motivetto che mi piace tanto… e che fa du du du, du du du. Du Du!”

Immagini casuali, musica canticchiata, cose senza senso e senza parole.

Ma poi le parole arrivano, non a colmare un vuoto ma a farci ripetere il non senso. Perché si scrive di un film, per esempio? Perché i film chiamano la scrittura, chiedendo di essere tradotti lì dove non sono, in un mondo “verbale” senza immagini o suoni?

Per ripeterli diversamente e per farli essere dentro qualcosa di nuovo. Qui, per spiegarsi, ci vuole il titolo di un libro difficilissimo di Deleuze, Differenza e ripetizione, che già basta a definire la complessità della questione: la scintilla attiva insieme differenza e ripetizione che hanno un punto magico di incontro solo in ogni nuova esecuzione. Ogni volta che facciamo un’esperienza nuova, questa è nuova anche perché ripete qualcosa differentemente, aggiunge senza togliere pur occupando lo stesso spazio fisico (un riferimento utile alla comprensione è la dimensione quantica cui appartengono i consulenti dell’IO seminario).

Quindi, si scrive di un film per poterlo ripetere “a modo nostro”, per farlo nostro esprimendolo diversamente e imprimendolo materialmente in una sostanza nuova, “materialmente” perché l’anima non basta. Si improvvisa su una melodia esistente per poter esistere come “io” senza smettere di essere “noi”, si cerca di superare quello che abbiamo conosciuto mantenendolo diversamente in una nuova esecuzione, facendolo rinascere. Ma per rinascere l’anima non basta.

Ci vuole l’esperienza: ci vogliono le immagini, e ci vuole la musica. E anche un pubblico non guasta: pubblico inteso come quel “luogo" di condivisione autentica tra estranei che si definisce spiritualmente e fisicamente in una sala cinematografica o assistendo a un concerto, ma anche guardando un film uscito in streaming, in contemporanea con altre migliaia di individui, o un concerto in diretta sul web, dove si sacrifica la presenza ma non la storicità dell’evento.

E a proposito di connessione tra estranei, che si compie solo grazie e attraverso l’opera, Soul, già amato da un sacco di gente in tutto il mondo e di tutte le età, come tanti altri film del miracolo Pixar riesce a metterci di nuovo emotivamente in connessione, proprio recuperando e ripetendo alcuni temi chiave della storia della casa madre. E poi, cos’è l’essere in connessione se non il ripetersi di una stessa esperienza in individui diversi con variazioni diverse? La ripetizione è un modo essenziale dell’arte, e della vita umana.

Da bambini ripetere un’esperienza più e più volte è un fatto normalissimo: chi ha figli sa che di solito se si appassionano a un film lo vogliono vedere e rivedere senza stancarsi (io da piccola ho letteralmente corroso il nastro della videocassetta de La Sirenetta), oppure desiderano ascoltare la stessa favola ogni sera secondo rituali precisi. E da adulti siamo tanto diversi? Rileggiamo libri, rivediamo film, ascoltiamo le stesse canzoni in loop (tanto che c’è un tasto nelle applicazioni per questo), non ci stanchiamo di mangiare la pizza, e spesso torniamo nella stessa pizzeria: “Che si fa domani?” “Si ricomincia” risponde Dorothea Williams a Joe subito dopo la fine di un concerto memorabile.

Ci piace ripetere perché amiamo riconoscere, e conoscere significa soprattutto riconoscersi nel nuovo con cui veniamo a contatto. Ripetere perciò è un fatto sempre rivoluzionario, soprattutto perché ci connette a qualcosa che per noi è spiazzante: qualcosa che che non ha un nucleo essenziale da cui emana il significato (metonimie della vita). Solo ciò che resta sempre nuovo può essere sempre ripetuto, ed è per questo che esso, come l’immagine scintilla di Soul e dell’anima, deve restare insensato, cioè non essere mai fissabile in un senso.

In Soul, la scintilla di 22 (fatto del numero che per primo ripete l’unità, e che si ripete) è un’immagine, che, non a caso, ci viene mostrata più volte, esattamente uguale in momenti diversi. Ma è “solo” una bella immagine. Così come gli oggetti insulsi e senza senso nella tasca del completo blu di Gardner (che apparteneva al padre e che è stato riadattato dalla madre), che a loro volta ripetono le immagini-ricordo da cui provengono, che a loro volta si trasformano variando in musica. Il seme, il leccalecca, il biglietto dell’autobus, sono le note del motivetto dell’esistenza, il motivo che regge il senso della vita: una cosa assolutamente insensata, impalpabile, virtuale e incorporea ma incorporata.

“Ripetere” con riferimento a questa scena significa ricordare, un minuto fa significava riconoscere, tra qualche riga significherà un’altra cosa. In ogni caso, ciò che permette la ripetizione nella variazione è la storicità e la corposità dell’esperienza.

Ecco perché, a dispetto del titolo, Soul è un film materialista (come tutto il cinema che definisce il cinema, in pratica). Cinematograficamente questa storicità si mostra almeno in due tratti fondamentali: l’inizio prima dell’inizio e le scelte che hanno guidato la consistenza visiva delle immagini.

Di fatto, il film inizia prima di iniziare, in una sorta di ante-film, con l’intro musicale sgangherata che accompagna la nota sequenza di apertura con il castello di ogni film Disney. E anche la prima battuta è un proposito indicativo: “ok, proviamo qualcos’altro” è da intendersi come possibilità di rifare di nuovo qualcosa di nuovo, di reinventarsi, però nel tempo, concretamente. Come è concreta la texture visiva dei diversi mondi, fisici e metafisici, che si incontrano nella storia e grazie alla quale essi esprimono materialmente la loro differenza: la linea bidimensionale e luminosa per i “consulenti” dell’IO seminario, una tridimensionalità quasi psichedelica per lante-mondo, una fotografia e una consistenza diversa per New York, un disegno semplice, abbozzato in bianco e nero per i momenti di passaggio. Tutto è tecnicamente incorporeo, come sono le immagini di un film, eppure esse esistono e si definiscono solo materializzandosi nei sensi, nella visione e nel suono.

Sentire è fondamentale per vivere. Le anime prima di nascere non provano nulla: non hanno corpo né sensi, la scintilla è esattamente la prima sensazione immaginaria che attiva il desiderio di sentire, l’essere pronti ad avere un corpo e ad avere storia, cioè il desiderio di vivere. Il tempo e lo spazio iniziano a esistere prendendo forma nel sentire senza senso, senza spiegazione, senza scopo.

Perché è tanto importante che le scintille si iscrivano storicamente in un fatto materiale? Affinché qualcosa ci guardi. Esistiamo se siamo e restiamo oggetto di sguardo, se siamo esposti, come un’opera al pubblico.

C’è un aneddoto di Jacques Lacan che narra di una gita in barca da ragazzo e del profondo sgomento provato per il luccichio di una scatoletta di sardine galleggiante nell’acqua, che lo acceca all’improvviso. Quel pezzo di latta lampeggiante in un certo senso lo guardava, facendolo sentire oggetto di uno sguardo. La scintilla allora fa paura perché è il luccichio che ci vede da fuori: è il reale, ovvero la scoperta che siamo solo una “macchia nel quadro del mondo”. Fa male quando scopriamo di essere solo una macchia; ma siamo nel quadro, possiamo restare facendo ossessivamente solo ciò che ci piace, o non ci piace, finendo per distaccarci dalla vita, oppure possiamo provare a muoverci e delineare una vissuto, diventando immagine in movimento.

Alla fine non è che viviamo per scrivere, per suonare il pianoforte o per camminare, ma camminiamo, suoniamo il pianoforte o scriviamo per non morire, per non morire in vita e per non morire dopo essere morti. Aveva ragione Karl Krauss a dire che “non si vive nemmeno una volta”; a ben vedere, essendo fortunati e impegnandosi, si può al massimo rivivere. Jazzare.

Soul
Pete Docter, Kemp Powers
Usa, 2020, 100’
Sceneggiatura:
Mike Jones, Pete Docter
Musica:
Atticus Ross, Trent Reznor
Produzione:
Pixar Animation Studios, Walt Disney Pictures, Pixar Animation Studios
Distribuzione:
Disney+

Joe Gardner, insegnante di musica in una scuola media con il sogno infranto di diventare jazzista, perde la vita cadendo in un tombino. Rifiutandosi però di morire, nell'aldilà l'anima di Joe si intrufola in un seminario in cui vengono create e perfezionate le anime dei nascituri. Qui incotra una pre-anima tormentata che non ne vuole sapere di cominciare a vivere e con lei cercherà Joe di tornare in vita e finalmente vivere la sua grande occasione.




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