Errol Morris

Wormwood

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La verità non è un complotto che ci viene nascosto malignamente dai potenti di turno e che qualcuno deve andare a scovare. La verità è là fuori: questa era la lezione di Redacted di Brian De Palma, che mostrava la verità della guerra in Iraq tramite un insieme di frammenti: spezzoni di telecamere a circuito chiuso, conversazioni su Skype, pezzi di telegiornale, video su cellulari. Tutto è visibile oggi, eppure niente lo è perché manca il filo rosso che possa unire tutti i punti e rendere “intelligibile” quello che in ogni caso è sotto ai nostri occhi. La verità non è uno svelamento: è una questione di montaggio.

Nell’ultimo documentario di Errol Morris, Wormwood – disponibile su Netflix dopo la presentazione all’ultima Mostra di Veneziala verità è un collage: un puzzle che si compone pian piano mettendo l’uno accanto all’altro i pezzi che sono emersi in una narrazione che dura da più di sessant’anni, dal 1953 ai giorni nostri. Eppure alla  fine il quadro non è completo: manca sempre un pezzetto che renda le cose comprensibili.

Tutto inizia nel 1975 quando la Commissione Rockefeller prova a fare pubblicamente un po’ di chiarezza sulle numerose accuse di attività illegali condotte dalla Cia sui cittadini americani: spionaggio illegale, monitoraggio delle attività di gruppi di dissidenti politici fino al famoso progetto MK-ULTRA di controllo della mente tramite sperimentazione di Lsd a dipendenti CIA e militari. Eric Olson,  figlio di un ex dipendente della Cia morto suicida in circostanze misteriose ventidue anni prima, legge nel rapporto che si fa cenno quasi en passant a un evento accaduto proprio in quell’anno in cui a uno scienziato che stava lavorando a delle ricerche militari su armi batteriologiche era stato somministrato dell’Lsd senza che lui ne fosse a conoscenza e che l’uomo qualche giorno dopo si era gettato da un grattacielo a New York. Tutto fa pensare che si tratti del padre Frank e da quel giorno Eric passerà la propria vita a tentare di ricostruire la verità.

Errol Morris mischia le sue proverbiali interviste a una messa in scena di finzione che in ogni puntata ricostruisce un pezzetto di quell’ultima notte in cui l’agente della Cia Frank Olson decise di gettarsi dal tredicesimo piano di un albergo. La Cia all’inizio nega, poi convoca la famiglia e gli propone un indennizzo nel tentativo di mettere a tacere la cosa. Ma questi sono gli anni del Watergate e del Vietman, gli anni durante i quali il potere americano stava perdendo la sua innocenza e si mostrava in tutto il suo arbitrio (il wormwood del titolo è una citazione shakespeariana che sta ad indicare l’assenzio, simbolo del male). Eric Olson inizia una battaglia giudiziaria contro la Cia che dura anni (e che è ancora in corso) e che si articola in un gioco di rifrazioni, punti di vista, scivolamenti di senso su cui Morris costruisce meravigliosamente il suo film: Frank è “caduto”? È “saltato”? O la sua morte è stata solo un “incidente”? Una stessa cosa può essere detta in molti modi e la falsità o la verità di una notizia non dipendono solo dal valore della parola usata, ma dal suo potere di circolazione e di diffusione. E la CIA, o per meglio dire lo Stato, proprio perché è a capo di questa circolazione e di diffusione, riuscirà ad avere l’ultima parola.

Wormwood
Usa, 2017, 6 episodi
Titolo originale:
id.
Regia:
Errol Morris
Sceneggiatura:
Kieran Fitzgerald, Steven Hathaway, Molly Rokosz
Fotografia:
Ellen Kuras, Igor Martinovic
Montaggio:
Steven Hathaway
Musica:
Paul Leonard-Morgan
Cast:
Peter Sarsgaard, Christian Camargo, Scott Shepherd, Tim Blake Nelson, Bob Balaban
Produzione:
Fourth Floor Productions, Moxie Pictures
Distribuzione:
Netflix

Nel 1953, lo scienziato americano Frank Olson coinvolto nel programma segreto MK-Ultra, cadde fatalmente dalla finestra della sua camera d'albergo.