CINEFORUM / 524

L' invenzione civile

di Alberto Pezzotta

In una sceneggiatura, la sovradeterminazione è spesso un rischio e una scorciatoia: per caratterizzare un personaggio, cosa c’è di meglio che attribuirgli una professione curiosa, che consente di riempire con curiosi aneddoti una decina di pagine di sceneggiatura o di riprendere location suggestive? Capita spesso nel cinema italiano: basta vedere quante guide turistiche ci sono nelle commedie degli ultimi tre anni. Lo Cascio però fa qualcosa di molto diverso e meno facile. Da una parte sceglie una caratterizzazione ambivalente: l’ecologista è per definizione un puro, un idealista; ma potenzialmente è un fanatico, un rompiscatole; e uno che si fa il vuoto attorno a sé. Grassadonia, in quanto fervente ecologista, è tutto questo. Ma la caratterizzazione non conferisce solo le necessarie sfumature e contraddizioni che servono a rendere vivo un personaggio e a negoziare in modo non banale l’adesione dello spettatore: è funzionale anche al tema narrativo portante.
Ma non è finita: e qui interviene un terzo livello di caratterizzazione del personaggio. Lo Cascio tiene a farci sapere che Grassadonia è un palermitano che vive a Siena, e ha perso anche l’accento della sua regione. Considera Siena la città ideale, la città in cui Ambrogio Lorenzetti ha affrescato l’Allegoria del Buon governo (e anche quella del Cattivo). Palermo, in cui torniamo alla fine, agli occhi di Michele è invece il caos, la città dove la giustizia si piega con l’arte della retorica, come mostra l’avvocato Scalici. Ma Michele, che cosa ha trovato a Siena? Ha trovato l’Italia: il Paese dove gli adagi più diffusi sono «Io gliel’avevo detto», «Sta prendendo la cosa troppo a cuore», «Gli uomini vanno sempre in cerca della vittoria, quasi mai della verità»; dove è meglio lasciare le cose come stanno, fare finta di niente, non impegnarsi. E dove essere puri non serve a niente, anche perché c’è sempre qualcuno che pretende di essere più puro di noi: come l’avvocato Chiantini, che lava i piatti delle cene altrui alla ricerca impossibile dell’«ultimo bianco, il bianco definitivo»; o, su un piano meno teorico, come il collega ecologista di Michele, una specie di epitome ante litteram del grillino viscido e saccente, che lo abbandona vigliaccamente appena i sospetti si addensano su di lui.
Girato prima dei fattacci del Monte dei Paschi di Siena (che, per ironia della sorte, appare nei titoli di testa), della marea dell’antipolitica e della paralisi postelettorale, La città ideale contiene tutti questi eventi posteriori alle riprese, riassumendo al contempo l’atmosfera degli ultimi dieci anni di questo Paese. Ed è notevole che non lo fa con la satira e la caricatura, con i personaggi bigger than life (e alla fine sempre assolti) del cinema di Virzì e di chi, più o meno inadeguatamente, si rifà alla tradizione della commedia all’italiana. Ha vari elementi di commedia, certo, La città ideale, e non si tira indietro, per fortuna, di fronte al divertimento immediato e pungente, alla caratterizzazione sapida. Ma il taglio è generalmente cupo, la fotografia di Pasquale Mari è quasi sempre notturna; e Piazza del Campo si vede solo una volta, deserta, in un’alba livida. Ci sono almeno quattro sequenze oniriche, e incubi con il grandangolo che sembrano venire da un film degli anni Settanta. Ma non è neanche un film grottesco, sopra le righe, fatto di caricature. Ha un tono giusto e oserei direi miracoloso nel descrivere la vera faccia, lo spirito di un tempo che abbiamo appena vissuto e che stiamo vivendo, e dove c’è poco da essere solari e da ridere, anche se succedono cose tragicamente ridicole.
La critica comparativa contiene certo una dose di ingiustizia e di parzialità, ma viene spontanea data la pigrizia, l’indifferenza, l’avarizia di gran parte di recensori, che procedono coi paraocchi o parlano benevoli di “esordio promettente”, rilevando per altro l’eccesso di ambizioni o la troppa carne al fuoco (ma che c’entrano i disegni animati? E la gigantessa felliniana? Mentre se Lo Cascio avesse fatto un film a tesi e didascalico, dove non si lascia alcuno spazio allo spettatore, lo si sarebbe rimproverato del contrario: di una sceneggiatura troppo programmatica…). Siamo abituati a un cinema talmente piccino che quando arriva un film come quello di Lo Cascio, si arriccia il naso e si rimane diffidenti. Siamo tanto abituati ai soliti quattro nomi che quando sullo schermo appaiono attori di formazione teatrale come Massimo Foschi, Alfonso Santagata e Luigi Maria Burruano (oltre a sua sorella Aida, esordiente, e ovviamente a suo nipote Luigi), che pronunciano i dialoghi meglio scritti del cinema italiano degli ultimi cinque anni, non si è capaci di aprirsi al godimento della parola, ad apprezzare i paradossi retorici, il gioco finissimo di livelli enunciativi e di punti di vista.
E alla fine non ci si accorge che questo film di sceneggiatura e di parola sfugge alla didascalia, e gioca tutto sul visivo (contenti?), come avviene nel finale: Grassadonia incerto in primo piano, alle sue spalle tre impiegati del palazzo di giustizia che si lanciano faldoni, e alla fine li lasciano cadere, li prendono a calci. Il film finisce così: potrebbe essere una scena immaginata da Elio Petri e Ugo Pirro, ma non è una citazione esibita, scolastica e pedante, è solo un legame sotterraneo, un nesso profondo e probabilmente inconscio, che in un film di creazione (un film che significativamente non è tratto da qualcosa di preesistente) stabilisce una sintonia ideale con il nostro cinema migliore.