Euphoria: Rue e Jules (e Sam Levinson)

Con Malcolm & Marie, arrivato di recente su Netflix, e con i due episodi speciali della serie Euphoria, visibili su Sky, Sam Levinson è stato con buona probabilità uno dei registi più prolifici del 2020. Classe 1985, figlio del Levinson, Barry, di Rain Man Good Morning, Vietnam, è autore di una filmografia in divenire, non ancora del tutto definita, ma con una chiara ricorrenza tematica. Da Another Happy Day ad Assassination Nation, il suo obiettivo è sempre la rappresentazione critica e satirica dell’America contemporanea, prima guardando a Solondz o al Baunbach degli esordi, poi alle produzioni A24.

Non fanno eccezione i suoi ultimi lavori, nati dall’emergenza pandemica, dopo il blocco delle riprese della seconda stagione di Euphoria. Levinson ha iniziato a pensare ad alternative, cercando di sfruttare quelle che all’inizio potevano sembrare solo delle restrizioni: i set limitati, il numero ristretto di attori e collaboratori. Così, oltre a Malcolm & Marie, ha scritto e girato due episodi speciali della serie, pensati come ponte tra le due stagioni, ma anche come tregua dalla frenesia della prima. Due esplorazioni nell’intimità di due personaggi protagonisti (Rue e Jules). In un certo senso: due sedute terapeutiche. Vere e proprie parentesi intimiste di Euphoria.

Parte 1: Rue - Interno notte

Parte 1: Rue, il primo dei due episodi speciali, inizia con il passaggio da un interno giorno a un interno notte. Da un angolo di pace, idilliaco e luminoso, per trasferirsi nei primi minuti, in uno spazio vuoto, silenzioso e meno familiare. Da un piccolo appartamento disordinato a un bar quasi senza clienti. Dalla sveglia, insieme alla persona amata, a un pasto notturno con un amico inquisitore. Nel mezzo della transizione: la ricaduta nella tossicodipendenza, due bagni e uno sguardo allo specchio.

La notte della vigilia di Natale, Rue (Zendaya) incontra il suo sponsor Ali in un diner, il che è l’occasione per entrambi di aprirsi e di conoscersi. C’è chi lo fa con facilità e chi invece è più respingente nei confronti di quella che sembra essere una seduta psicanalitica a tutti gli effetti. A scontrarsi sono due solitudini in senso lato, in un dialogo di circa un’ora sulla tossicodipendenza, sul rapporto tra rivoluzione nera e pubblicità, sul senso della vita tra errori e mancanze, sulla condizione di una generazione tra autodistruzione e autocommiserazione. 

Non a caso, di tutti i personaggi della serie, è forse proprio Rue ad essere la più rappresentativa della Generazione Z, generazione “post undici settembre” (generalmente si dice che la differenza con i Millennial stia proprio nel ricordo nitido del mondo precedente a quell’evento). Si pensi, infatti, alla presentazione del personaggio nei primi minuti della prima stagione: «Sono nata tre giorni dopo l’undici settembre» dice la voce di Rue, mentre il suo corpo neonato emette il primo respiro e il suo sguardo si focalizza immediatamente sullo schermo di un televisore che trasmette le immagini dell’attacco e un primo piano dell’allora presidente Bush, lasciando sottintendere da subito un certo rifiuto istintivo per il senso di patriottismo che quelle immagini trasmettevano. La sua è una condizione di stallo e di sconfitta (una volta seduta, non si alza più fino alla fine dell’episodio) ma il suo "fallimento", così come quello di tutti i personaggi della serie, è anche un gesto politico di rifiuto nei confronti di un certo immaginario americano – principalmente quello del “sogno”, ma non solo – che ai loro occhi risulta ormai obsoleto.

Anche qui, però, c’è una controparte. Mentre i due protagonisti parlano, dando all’episodio tutte le statiche sembianze di un podcast, la macchina da presa viaggia scrutando il bar vuoto. E mentre Rue ricade nella tossicodipendenza, sciogliendosi lentamente nel suo divano, Ali cerca di mostrarle una via di redenzione. Che ci riesca o no, è indifferente. Anzi, è quasi ovvio il suo insuccesso, ma il messaggio è chiaro, come il titolo originale: «Trouble Don't Last Always».

Parte 2: Jules - Interno giorno

Alla domanda «perché sei scappata?» il mondo di Euphoria rivive contratto negli occhi lucidi e cristallini di Jules che ne proiettano dentro sé stessa e davanti a noi spettatori tutti gli umori e i conflitti. Sembra quasi un epilogo; ma è qui che comincia il racconto dell’altra parte spezzata di questa storia. Nella prima stagione Jules faceva da spalla ferma e inamovibile di Rue e ci è fin da subito parso come il personaggio più “ottimista” e dinamico della serie: se a nessuno dei suoi compagni interessava immaginarsi al di fuori del liceo lontani dalle problematiche adolescenziali, Jules era l’unica che conservava un bisogno di futuro imprescindibile. E non a caso è proprio lei a sottintenderlo parlando con la sua analista in Fuck Anyone Who’s Not a Sea Blob quando riflette a gran voce sul suo essere transgender: trans è qualcosa che per definizione va a oltrepassare uno stato di cose esistenti per scoprirsi altro da sé e come da lei sottolineato «viva».

Le puntate immaginate da Sam Levinson (coadiuvato in fase di scrittura rispettivamente da Zendaya e Hunter Schafer) durante i mesi di pandemia, per sopperire all’impossibilità di girare la seconda stagione di Euphoria, hanno una struttura identica e sono da un punto di vista di organizzazione narrativa quasi speculari. Il confronto con la propria individualità passa per la mediazione di un terzo che altro non fa che ascoltare - finalmente Rue e Jules si fermano, e così fa la storia, per concedere spazio e tempo a quella forma d’ascolto pura mancante nelle vite degli adolescenti di Euphoria – per cercare di insinuarsi in quelle zone dell’anima fino a quel momento silenziate dal disinteresse e dal fragore generale.

In Trouble Don’t Last Always Rue e Ali discuteranno della tossicodipendenza che affligge la giovane. L’episodio è ambientato interamente nella tavola calda ed è un susseguirsi di pensieri e riflessioni che non restano mai esclusivamente “di Rue”, riuscendo anzi a diramarsi nel fuori campo. La conseguenza è che la specificità dell’esperienza di Rue e Jules non preclude un'immedesimazione che alla fine si rivelerà totale perché la scrittura tende al dispiegamento lento e graduale della contraddizione e di ciò che è difficile da districare. E non all’appiattimento e all’esibizione come in Malcom & Marie. In Fuck Anyone Who’s Not a Sea Blob Jules - e sicuramente anche Hunter con lei – ci dice apertamente che cosa per lei abbia significato e significa tuttora quel corpo e la tanto agognata femminilità con esso acquisita. Le parole di Jules, oltre che sul suo rapporto con Rue, aprono una finestra sulla sua vita e specialmente sul suo passato permettendoci poi di ricucire alcuni tasselli. Ma più di tutto ci offrono una panoramica profonda e autentica sul desiderio e le sue deformazioni in una società in cui, citando la critica americana Andrea Long Chu «essere femmine è lasciare che un’altra persona desideri al posto tuo, a tue spese» individuando così un parallelismo nel suo discorso quando le viene chiesto di ripercorre tutta la trafila psicofisica che l’avrebbe portata a desiderare quel corpo femminile solo perché potesse soddisfare determinate aspettative.


 

Euphoria
Stati Uniti , 2019 , 50'
Titolo originale:
Euphoria
Ideazione:
Sceneggiatura:
Sam Levinson

La serie racconta le vicende di un gruppo di liceali alle prime armi con droghe, sesso, identità, traumi, amore e amicizia. Rue Bennett è una diciassettenne tossicodipendente che fa da voce narrante agli eventi della prima stagione.