Shooting the Mafia di Kim Longinotto

Shooting the Mafia è un documentario assai classico, presentato a Porto/Post/Doc, su una donna che è probabilmente tra le persone più moderne, indipendenti e avanti rispetto al suo e al nostro tempo che l’Italia abbia avuto: Letizia Battaglia. La sola che abbia potuto fotografare, con un coraggio straordinario, le Guerre di Mafia. Nel capolavoro di Franco Maresco, La Mafia non è più quella di una volta, Letizia divide la scena con Ciccio Mira, organizzatore di feste di piazza con cantanti neomelodici, già protagonista di Belluscone. Una storia siciliana. E nel film di Maresco, mentre si fa dipingere i capelli di rosa, Letizia chiede al regista di fare un patto. Girerà il film solo se, in un film prossimo futuro, lei potrà interpretare il ruolo della “buttana vecchia”. E questo dice tutto o dice molto sullo spirito indomito e libero (e incredibilmente ironico) della donna. Alla veneranda età di 84 anni, Letizia Battaglia fuma una sigaretta dietro l’altra, parla con una franchezza disarmante e letteralmente “se ne fotte” delle formalità.

Il film di Kim Longinotto, alterna interviste alla fotografa, inserita dal New York Times tra le 11 donne più importanti del 2017, agli scatti che l’hanno resa famosa. Sentirla parlare, vedere la consapevolezza e la coerenza della persona, che dalla parola si fa gesto e immagine, è sconvolgente, oggi ancor più che nel passato. Una donna sola, che ha attraversato gli orrori e i misteri dell’Italia, è entrata in politica al fianco di Leoluca Orlando, ma soprattutto ha vissuto a modo suo, scegliendosi gli uomini ai quali accompagnarsi, senza mai dipendere da loro, dando adito a pettegolezzi sul suo conto, in una Sicilia retrograda e maschilista, fa ancora più impressione nei giorni e nei mesi del Me Too.

Mentre in Francia giovani attrici e meno giovani intellettuali manifestano di fronte ai cinema che proiettano L'ufficiale e la spia, per denunciare l’attenzione e l’accoglienza data fino a questo momento a Roman Polanski – riportando alla ribalta il caso Samantha Geimer e ponendosi al fianco di nuove accusatrici dell’autore, dimenticando però che, se di abusi sull’infanzia è necessario parlare, forse sarebbe il caso di appurare come le eleganti borsette col marchio delle più note case di moda delle quali sono testimonial siano state realizzate – Letizia prosegue imperterrita quella che a tutti gli effetti è una missione. Nulla contro un movimento importante e giusto come il Me Too, solo che a vedere questa donna, non più giovane, essere ancora e sempre rivoluzionaria e controcorrente, pone qualche questione. Questione che ha a che fare col rischio personale e con l’attraversamento della Storia di un Paese.

Letizia Battaglia è troppo intelligente per essere retorica, troppo anticonformista per lavarsi la coscienza nella maniera più facile e efficace.

Nonostante abbia sempre denunciato, attraverso le sue fotografie, i disastri di questo Paese, non ha mai scelto la via più semplice per farlo, non ha mai deciso di mettersi in salvo. E infatti ha rischiato sulla propria pelle tutta la vita. I suoi dubbi etici non gravitano attorno alla scelta di pagare o meno un biglietto per andare a vedere il film di un uomo su cui pendono delle gravi accuse (le nuove non provate né confermate – come se ci si potesse far beffe del principio di non colpevolezza), ma sono piuttosto legate alla decisione di fotografare o meno un morto ammazzato (per esempio Borsellino), mostrare il suo corpo sventrato. La questione è fino a dove può arrivare la testimonianza in immagini senza che questa diventi pornografia o sciacallaggio.

Allora, probabilmente, da un punto di visto cinematografico, un film come Shooting the Mafia non avrà un peso significativo nella storia del cinema –basti vedere il film di Maresco per capire dove sta il genio – ma ha il grande e non piccolo pregio di mostrare in maniera estremamente onesta e chiara, oggi, quali dovrebbero essere le lotte nelle quali impegnarsi e per le quali combattere.

Essere coerenti, fino alle estreme conseguenze, scegliere la solitudine talvolta, allo schiamazzo immediatamente ricompensato dal plauso, non significa solamente essere coraggiose, significa anche essere libere.