Phantom of the Paradise (1974)

Il fantasma del palcoscenico

Il manierismo di De Palma, prima di diventare elegante e levigato negli anni '80, nasce sporco, goliardico, controculturale; è insieme omaggio e sfregio. Lo era Le due sorelle e ancor più lo è questo, uno dei suoi film più dichiaratamente politici. Archetipi e citazioni si accumulano (Fantasma dell'opera più Faust più un pizzico di Dorian Gray), ma con gusto quasi grottesco e goliardico (addirittura la scena della doccia di Psyco con uno sturalavandini al posto del coltello), tra grandangoli, recitazione sopra le righe, scene accelerate. La riproducibilità delle immagini e dei suoni, il voyeurismo: ciò che in chiave più compiuta e cool sarà al centro di film come Blow Out o Omicidio a luci rosse qui è lanciato in chiave diretta, come riflessione sui media, non solo musicali. In questo, il film è profetico, con il suo mostrare come tutte le tendenze della cultura di massa, dapprima in chiave rétro poi come semplice possibilità intercambiabile delle forme, siano a disposizione di un'industria che ricicla anche ogni mitologia ribellistica e ogni maledettismo. Elvis e il surf, l'heavy metal e l'opera rock: ogni moda e ogni spinta progressiva, nella visione allegramente apocalittica di De Palma, è già recuperata. Ma sotto il segno della morte ("Death Records"): per cui, al limite, ci si può divertire a guardarne il sabba suicida, come in un vecchio horror da drive-in.