Concorso

Introduction di Hong Sang-soo

«Se un uomo abbraccia una donna, quell’atto assume un significato assoluto. Non importa quale sia il contesto: fingere quell’atto è moralmente sbagliato». Sono le parole del protagonista Youngho: il giovane che attraversa i tre brevi capitoli di questo Introduction, uno tra i più bei film minori di Hong Sang-soo (tre piccoli capitoli per poco più di 60 minuti), presentato in concorso il primo giorno di questa Berlinale online e girato in pochi mesi a metà tra la Corea del Sud e Berlino (proprio nei giorni della Berlianle dell’anno scorso, con gli attori del suo precedente The Woman Who Ran che erano in Germania a presentare il film ancora una volta di fronte alla macchina da presa per il film successivo: un segno inequivocabile dei continui rimandi interni a cui da sempre ci ha abituato questa cinematografia). E non possono che suonare ironiche queste parole che si richiamano all’autenticità in un film dove invece, come ormai da tempo ci ha abituati il regista coreano, i momenti di inganno abbondano e dove continuamente i personaggi occupano un posto eccentrico rispetto a quello che gli attribuiamo a prima vista.

Alle parole del giovane fanno da contrappunto quelle del vecchio attore di teatro (interpretato da Ki Joo-Bong), che invitato dalla madre del protagonista in un ristorante per parlare con il figlio, dovrebbero risvegliarlo dalla sua fallimentare carriera d’attore. E che gli ricordano continuamente l’importanza della realtà della finzione (quella che forse le nuove generazioni, così incapaci di abitare la distanza e il fraintendimento tra le parole e le cose, non riescono a capire). Come spesso accade i momenti clou dei film di Hong avvengono attorno a un tavolo, mangiando copiosamente, e magari ubriachi per i fiumi di soju: è quando si perde il proprio controllo soggettivo che si è capaci di dire la verità. In questo caso il figlio ammette candidamente di non essere in grado di fingere e di avere interrotto la sua carriera d’attore perché non riusciva a reggere il pensiero della sua ragazza che lo vedeva con un’altra. Non era lei a volerglielo impedire, ma lui a non essere capace di reggere il peso dell’inganno. Troppo vero per potere fare finta di niente. Troppo reale per riuscire a sopportarlo moralmente. Ma di chi è questo sguardo morale che schiaccia il protagonista?

In un film inter-generazionale, dove vediamo continuamente padri e figli, madri e figlie, l’enigma viene svelato alla fine. Quando si finisce in una spiaggia deserta e fredda, proprio come era finito On the Beach at Night Alone qualche anno fa, e proprio come quel film si termina con un sogno che sintetizza fantasticamente la relazione tra l’uomo e la donna attorno a cui ruotano da sempre i film di Hong. Ma se allora la protagonista usava il sogno come momento di verità del proprio amore fino alle estreme conseguenze, qui il protagonista maschile proietta nel proprio sogno la riconciliazione con la propria donna che invece nella realtà non c’è stata. Il padre chino sul tavolo con cui inizia il film invocando il perdono di Dio e la possibilità di avere un’altra occasione viene sostituito alla fine dallo sguardo della madre, che dal terrazzo di un Hotel sulla spiaggia guarda Youngho da lontano, a ricordargli che forse l’occhio delle generazioni precedenti e del passato getta un’ombra da cui non è possibile emanciparsi per il futuro. «Sta guardando verso di noi? Se lo facesse ci saluterebbe? Perchè non lo fa? Perché non la saluti?» gli chiede l’amico; «No» gli dice Youngho. Questa figura maschile piccola, impacciata, così analfabeta delle relazioni da seguire in modo un po’ inquietante la sua ragazza che era andata a studiare a Berlino senza nemmeno farle una telefonata è la cifra soggettiva di un personaggio che non è completamente formato. Un personaggio che appunto, è fermo all’introduzione della propria vita.