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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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CINEFORUM / 525

Politiche/2

di Adriano Piccardi

Ancora cinema politico, per contro, su questo numero che contiene anche il tradizionale “speciale” sul Festival di Cannes, con un commento generale, schede sui film selezionati delle varie sezioni e i voti espressi dai nostri collaboratori. Cinema politico, dicevamo (pare che sia una stagione particolarmente propizia, quella in corso – cfr. il n. 522), cui è dedicata prima di tutto la parte iniziale della rivista, con interventi su due film straordinari come No di Pablo Larrain e Il Ministro di Pierre Schoeller. Il primo rievocante l’evento storico del referendum cileno che sancì l’uscita di scena politica di Pinochet; il secondo, di finzione, mirante a svelare la sostanziale mediocrità umana su cui si fondano il mestiere della politica e le carriere degli uomini che lo esercitano. Due film che – come emerge dalle pagine che abbiamo loro dedicato – si distinguono per la profonda connessione tra il contenuto, l’argomentazione proposta e la forma della messa in scena, senza la quale la forza dei primi due elementi risulterebbe senza dubbio molto minore, se non addirittura assente. Non siamo di fronte a due film-pretesto asserviti a un discorso “politico” destinato a restare, in ultima analisi, esterno se non estraneo, ma a due opere cui i fattori narrativi e compositivi risultano perfettamente integrati, e proprio per questo portatrici di senso.
I veri cineasti reinventano il cinema a ogni film e in questo modo ne garantiscono il presente e il futuro in quanto mezzo d’espressione a tutti i livelli attinenti allo status artistico che gli compete. Si può – anzi si deve, e il discorso critico se ne incarica – giustamente discutere sui risultati, ma il principio non può essere trascurato o, peggio, rifiutato senza in questo modo compiere un passo indietro nella visione integrale (dunque anche politica) delle attività che ogni configurazione sociale esprime.