CINEFORUM / 574

Chiamami col mio nome

Lean on Pete è il nome del cavallo al centro del film, mentre Charley Thompson quello del ragazzo protagonista (interpretato da un altro Charley, Plummer). Questa rapida introduzione legata alla nomenclatura dell’ultimo lavoro di Andrew Haigh potrebbe risultare scontata o priva di significato. Eppure bisogna partire proprio da qui per sottolineare la differenza del titolo dalla versione originale a quella distribuita in Italia. Una scelta tanto semplice quanto profonda. Se infatti la versione anglofona del film venne presentata in anteprima mondiale alla Mostra del Cinema di Venezia come Lean on Pete, il lavoro ha successivamente trovato il buio delle sale italiane con il titolo Charley Thompson. Premesso che, esattamente come con il doppiaggio, sarebbe cosa buona e giusta che i distributori lasciassero invariate le scelte di titolazione originali (nonostante tutti gli studi di marketing del caso legati alla vendita del prodotto nelle sale), bisogna anche ammettere che non ci troviamo di fronte a una scelta scandalosamente assurda. Siamo stati abituati a ben peggio. Basti ricordare, ad esempio, Il petroliere di Paul Thomas Anderson (There Will Be Blood in originale), Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Michel Gondry (da noi poi diventato Se mi lasci ti cancello) o l’American Life di Sam Mendes (in originale Away We Go). Con Charley Thompson la fantasia dei distributori si è limitata a usare il nome del protagonista per lanciare il film, senza ricreare da sé epiteti o simili. Eppure è anche vero che con una decisione così apparentemente comune e non rilevante, il significato dell’operazione diretta da Haigh potrebbe cambiare.

Già, perché così facendo l’attenzione del pubblico rischia di essere attirata e incanalata nei confronti del ragazzo protagonista, mentre il regista ci suggerisce di mettere al centro del nostro sguardo il cavallo. Lean on significa, più o meno, appoggiarsi, farsi sostenere. Pete è invece il “vero” nome proprio dell’animale. Appoggiarsi a Pete. Potrebbe essere questa la traduzione letterale del titolo del film. Ed effettivamente il racconto di formazione e di ricerca inscenato da Haigh è pieno di personaggi che si appoggiano al destriero: in via simbolica l’addestratore Del (Steve Buscemi), un uomo guidato dai suoi interessi economici che ripone nel cavallo le speranze di arricchimento alle corse; così come il fantino interpretato da Chloë Sevigny che dovrà contare sull’animale per la vittoria negli ippodromi. Il giovanissimo Charley Thompson non è da meno, ma per lui Pete non avrà tanto un valore monetario, quanto affettivo. In un cammino (letterale, on the road) mirato alla ricerca di una via di fuga, di una figura capace di colmare il suo vuoto, Charley si accosta a Pete nel vero senso della parola. Non lo vedremo mai in groppa all’animale, non lo vedremo cavalcare ma camminargli accanto. Gli adulti gli consigliano di non affezionarsi in quanto non si trova di fronte a una bestia domestica, non si sta relazionando con un pet. Charley però vi ritrova la medesima radice semantica e non resiste al richiamo. Lean on Pete simboleggia così la passione che spinge tutti noi a intraprendere avventure più grandi e impensabili. Avventure che ci condurranno verso mete lontane e ignote, che ci faranno conoscere personaggi indimenticabili ed eterogenei, i quali, a loro volta, ci costringeranno a dover fare i conti con noi stessi, le nostre radici e il nostro sguardo.

Lean on Pete è il richiamo più intimo e nascosto che ognuno di noi cova segretamente, lo slancio necessario per imprese epiche (1), la forza interiore che ci spinge a correre per costruire la nostra identità, il nostro spazio di vita. In tal senso, non è un caso che il film giochi sapientemente con gli esterni. Di gara in gara, i protagonisti si sposteranno da città periferiche a metropoli sempre più ingombranti per poi eclissarsi completamente nell’infinito deserto statunitense dove il ragazzo dovrà fare i conti con se stesso. Un deserto ricercato e consolatore, nel quale potersi isolare e nascondere, nel quale poter coltivare la propria passione per iniziare a (ri)costruire un percorso lontano dal pensiero comune. Il mondo è diverso da Charley: il mondo pensa e agisce in maniera opposta. Charley è l’unico a vedere Pete come un bene affettivo e non economico, uno sguardo insostenibile e destinato a essere sopraffatto. Non appena i due escono dal deserto per tornare a confrontarsi con la realtà, ecco che questa prende il sopravvento e riesce subito a porre fine al sogno ideologico. Charley, senza Pete, rischia di conformarsi, di accantonare la passione, di essere costretto a sopravvivere più che a vivere (chiara, in questo senso, la scena della violenza ai danni del prepotente senzatetto). In questo senso il cavallo è il cuore pulsante del film, la vena creativa del ragazzo, il nucleo fondamentale sul quale si basa un lungometraggio apparentemente semplice ma profondamente stratificato. In altre parole, ecco perché Lean on Pete è il titolo del progetto e non solo il nome dell’animale.

Cambiando il nome al lavoro, facendo sposare lo sguardo dello spettatore con gli occhi del suo protagonista, siamo più portati a dare risonanza alle scelte del ragazzo, alle sue disavventure e ai suoi incontri. Sia chiaro, elementi pur sempre importanti e interessanti, eppure diversi. Haigh non vuole realizzare il suo personale Forrest Gump (seppur l’elemento della corsa sia centrale probabilmente per suggerire un simile confronto), non vuole raccontare l’ennesimo romanzo di formazione on the road alla scoperta dell’America odierna in cui la forza dell’individuo e la sua sete identitaria lo porteranno ad affermarsi. Haigh firma un film completamente personale e riconoscibile in cui il suo cinema emerge coerentemente. Un cinema di affetti, di lacune, di emozioni e di ricerca. Un cinema in cui un oggetto, una persona, un sentimento, uno spazio o una dimensione temporale si fanno motori di un vortice infinito che costringe i suoi personaggi a (ri)valutarsi. Un cinema in cui il motore pulsante è probabilmente più importante del soggetto agente. Così, cambiare il titolo del film non significa svalutarlo, ma comporta inevitabilmente suggerire uno sguardo diverso. Uno sguardo che rischierebbe di omologare il lavoro di un cineasta originale all’interno di quel nutrito e foltissimo gruppo di film catalogati sotto la terribile etichetta del “già visto”, seguita a strettissimo giro dalla gemellina “nulla di nuovo”.

Lean on Pete è invece ben altro, una creatura estremamente vivace e affascinante alla quale forse è davvero difficile affezionarsi, buona a “correre” solo nei circuiti secondari, lontano dai riflettori principali. Lean on Pete è un cavallo di razza purissima che rischia di essere abbandonato poiché ormai alla fine del suo ciclo, figlio di un tempo (e di un gusto) cinematografico ormai stantio e lontano che fatica a farsi strada oggi. Un film che chiede di essere affrontato di pancia, emotivamente, non con la testa o il raziocinio. Un film che fa di questa sua spinta irrazionale la matrice di appartenenza e che pertanto andrebbe chiamato col suo nome, con tutto il rispetto per Luca Guadagnino.

 

 

(1) A proposito di questo connubio si legga la recensione di Luca Malavasi pubblicata su Cineforum.it e intitolata proprio Intimo ed epico: Charley Thompson.