Concorso

Dogman di Matteo Garrone

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C’è qualcosa di irresistibile nella storia del Canaro della Magliana. Qualcosa che trascende il puro fatto di cronaca e anche i dettagli più scabrosi della vicenda (benché questi ultimi abbiano sempre attratto in maniera morbosa l’opinione pubblica). Qualcosa che ha a che fare con l’universale, l’atavico, l’ancestrale. E che è molto di più dell’eterno conflitto tra il forte e il debole, il prepotente e il sottomesso o il bullo e il perseguitato

La storia di Pietro De Negri, detto er Canaro, proprietario di un negozio di toelettatura per cani alla Magliana è nota: nel 1988 stufo delle continue vessazioni e umiliazioni subite per mano di Giancarlo Ricci – ex puglie e piccolo delinquente della periferia romana – De Negri rinchiuse Ricci in una gabbia per cani sul retro del suo negozio e lo uccise senza pietà. Agli investigatori e ai magistrati che lo interrogarono l’uomo raccontò di aver inflitto a Ricci – in preda al delirio e alla cocaina – una serie di indicibili torture prima di ammazzarlo. Le indagini tuttavia appurarono che una gran parte del racconto del Canaro era stato frutto di fantasia e che soprattutto le mutilazioni (effettivamente riscontrate sul cadavere di Ricci), furono inflitte post mortem e non, come sosteneva De Negri, durante le fasi della tortura.

Matteo Garrone ha studiato per dodici anni la vicenda; come tutti quelli che ne hanno letto, sentito parlare o se la ricordano, ne è stato attratto in maniera profonda e Dogman è prima di tutto il risultato di questa suggestione. Il film però – che si svolge ai giorni nostri – non è affatto un reenactment e non nasce dall’intenzione di raccontare la storia del Canaro così come tg, giornali e reportage televisivi l’hanno ripercorsa e messa in scena già molte volte nel corso degli anni. Il cinema del regista romano si concentra sulle sfumature, sulla genesi della vendetta e di come essa diventi non tanto una catarsi inevitabile o necessaria, quanto più un tentativo di redenzione (per quanto illusorio). 

Come in passato Garrone si concentra su volti e corpi dei personaggi e il suo Canaro (che nel film si chiama Marcello) ha il viso gentile e «antico» (come dice il regista stesso) di Marcello Fonte. Minuto e segaligno Marcello è inoffensivo per condizione antropologica: di fronte all’imponenza e alla stazza di Simoncino (il Ricci della finzione) si fa ancora più piccolo e impotente, si trova schiacciato come un insetto sotto la suola di una scarpa. Garrone insiste a più riprese su questa disomogeneità fisica e ci mostra i due quasi sempre in campo insieme oppure, nei controcampi, inquadrati alla stessa distanza. Proprio per sottolineare la differenza con cui occupano lo spazio, lo abitano e si relazionano ad esso. In nessun momento si è portati a pensare che Marcello possa essere una minaccia per Simoncino: è l’ontologia stessa dell’evoluzione, dell’esistenza e della storia dell’uomo a smentire una simile eventualità. Anche perché Marcello è sensibile, mite – molto diverso sia dal vero Canaro che da Giovanni Vivaldi, il Borghese piccolo piccolo monicelliano con cui molti hanno letto un’affinità –, un uomo tranquillo. Ama i cani Marcello – testimoni involontari della bestialità umana e che nel film sono una sorta di emblema dell’insopprimibilità dell’istinto –, ama il suo lavoro e ama la figlia. Ma non ama se stesso

Sì perché Dogman prima che di vendetta, e quindi dei rapporti con gli altri, descrive la relazione con la soggettività, come siamo fatti e non vorremmo essere. Marcello è la parte di noi che emerge quando non siamo capaci di dire «no», quando rinunciamo consapevolmente a compiere una scelta giusta o non riusciamo a rispettarci per quello che facciamo, per come pensiamo o agiamo. E in ultima analisi l’esasperazione di Marcello nasce per la presa di coscienza del proprio essere, non per le umiliazioni subite da Simone. Non è (solo) la perdita del rispetto da parte degli amici, della moglie o financo della figlioletta a scatenare la violenza. Ma del rispetto per se stesso. E allora sì che il Canaro si trasforma in quella minaccia che – per natura e conformazione fisica – non era mai potuto essere.

Ma la brutalità che esplode nel finale è ancora più cruda, cieca e senza speranza per via del fatto che esiste e risiede unicamente nello spazio della sua durata. Una volta esauritasi dà esito soltanto a una sconfitta ancora più dolorosa. Ma non c’è alcuna morale, e soprattutto nessun moralismo, in questa risoluzione. Quando nelle scene conclusive del film – dove di nuovo sono i corpi a parlare più di tutto il resto – Marcello si porta sulle spalle il cadavere di Simoncino cercando qualcuno da cui farsi notare mentre regge quel corpo immenso, greve e opprimente, si accorge che nessuno lo nota, nessuno si accorge di lui, che la sua vendetta, appunto, non ha nulla di catartico o di necessario. Ma anche che il suo trofeo è solo un fardello troppo pesante da esibire, sollevare e sopportare. E che lo affanna, lo soffoca e lo schiaccia. Proprio come un insetto sotto la suola di una scarpa.