Pablo Berger

Il mio amico robot

film review top image

New York, anni Ottanta. Le Torri Gemelle (il tempo che passa, che è passato su di noi) ancora fanno ombra su un quotidiano inconoscibile. Un cane è solo o, meglio, sente di essere solo. Gioca disperatamente con dei videogiochi che ci appaiono fuori tempo e fuori luogo. La tv, sua unica compagna, attraverso una pubblicità gli suggerisce un amico virtuale. Un robot da assemblare in casa per poi renderlo affettivo. Un gioco che si trasformerà a breve in una ragione di vita. Il cane accetta il robot, lo accoglie in casa, gli regala la vita, ne fa il suo compagno.

In Il mio amico robot (traduzione moscia del più adeguato Robot Dreams originale), Pablo Berger decide di parlare di solitudine e malinconia mettendo in scena un mondo animale muto ed espressivo, come muti ed espressivi sappiamo – o dobbiamo – essere noi nella vita di tutti i giorni: un tranello emotivo capace di riportare con forza lacrime e sensazioni, una rappresentazione del mondo, privato dell’umano, che taglia gli estremi per forzarne i limiti. Il mio amico robot esplora un microcosmo senziente a cui manca tutto tranne che un cenno di vita. La gestione è lasciva, piena di intenzionali richiami cinematografici – il Mago di Oz soprattutto, ma altri luoghi dell’anima sono messi ostentatamente in discussione, elaborati e poi digeriti, senza timore reverenziale – e il tempo si dilata fino a rendere il cane protagonista un nostro evidente specchio: un personaggio costretto a espandere il tempo per concretizzare il proprio dolore. Berger sceglie una strada ostica ma di certo funzionale. Nella caratterizzazione di questo mondo animale – faticoso, quasi senz’anima – sceglie il silenzio; la messa in scena senza commento. Zootropolis, ma con le voci azzerate. Robot Dreams sceglie la strada più complessa, più impervia: vuole raccontare un lutto senza ricorrere alle parole, restare in un limbo paradossalmente non sicuro, sviscerare i sentimenti con un linguaggio mai verbale. La scelta del silenzio, a suo modo ovvia e superficiale, ma via via sensata e densa, dona al racconto una sospensione epica, determina l’angolazione, definisce le regole di ingaggio.

C’è un cane che si innamora – senza eccessive derive queer – del suo amico robot. C’è un robot che ha bisogno di essere salvato. C’è chi si trasforma e chi sopravvive. Nessuno, noi per primi, abbiamo la libera scelta di stabilire una definizione, di strutturare un ruolo. In Il mio amico robot, con la delicatezza di un’animazione sempre docilmente al servizio del racconto, si costruisce una sorta di feroce autodafé: la felicità si costruisce solo sapendo abbandonare le certezze e le conquiste. In questo mondo assurdo di animali e macchine, l’unica speranza di salvezza è nell’uscire dalla propria zona di conforto, nell’abbandonarsi all’inconscio: lasciarsi cullare dal destino perché il destino possa finalmente definirci.

Berger sceglie una rappresentazione semplice, quasi accomodante: un’animazione in due dimensioni che rasserena mentre il film interroga. Una gestione asciugata per un grumo concettuale molto più complesso. Certo: lo sguardo vintage, l’ambientazione in una New York più cinematografica che vera (le citazioni cinefile contano, da Manhattan in giù), l’attenzione alle sfumature emotive dei personaggi che si rivelano più per la costruzione di un immaginario ancora da verificare che per una conchiusa consapevolezza cinematografica. Però Il mio amico robot sa costruire – ipotizzare – un suo immaginario personale e inaspettato. Sa parlare in maniera universale escludendo ogni forma verbale, suggerisce senza formulare. In fondo stimola i nostri sensi in maniera forzatamente atipica. E su questo sa costruire un mondo, un frattale di vita. Il cane e la macchina sanno parlarci, riuscendo addirittura a dirci che per essere felici dobbiamo abbandonare le nostre certezze: una lezione di vita assorbita da chi non dovrebbe darcela, da chi percepiamo come presenza relativa. Il mio amico robot in fondo lavora su questa convinzione: che la nostra percezione del mondo, per quanto solida, dovrà sempre fare i conti con la sua mortalità, con la sua intrinseca infelicità. Solo assorbendo quel dolore sapremo essere in grado, monchi ma finalmente realizzati, di affrontare quello spettro terrificante che è il nostro futuro.


 

Il mio amico robot
Spagna, Francia, 2023, 102'
Titolo originale:
Robot Dreams
Regia:
Pablo Berger
Sceneggiatura:
Pablo Berger
Montaggio:
Fernando Franco
Musica:
Alfonso de Vilallonga
Cast:
Ivan Labanda, Albert Trifol Segarra, Rafa Calvo, José García Tos, José Luis Mediavilla, Graciela Molina, Esther Solans
Produzione:
Arcadia Motion Pictures, Lokiz Films, Noodles Production, Les Films du Worso
Distribuzione:
I Wonder Pictures

DOG vive a Manhattan e, stanco di stare sempre solo, si costruisce un robot. Sulle note degli Earth, Wind and Fire e della travolgente musica newyorkese degli anni Ottanta, la loro amicizia sboccia e si fa sempre più profonda. Finché una sera d’estate DOG si trova costretto ad abbandonare ROBOT sulla spiaggia. Riusciranno i due amici a ritrovarsi?

poster