Felipe Gálvez Haberle

Los colonos

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Il film, in sala dal 7 marzo, sarà disponibile su MUBI dal 29 marzo.

Estratto dell’articolo di Massimo Lastrucci L’indio, l’inglese, il cowboy, in uscita nel numero di marzo 2024 su Cineforum.

 

Un western australe

Alla fine dell'800, mentre Argentina e Cile stanno ancora brigando per spartirsi la Terra del Fuoco ratificandone i confini, con il totale appoggio dei governi i latifondisti accumulano immense fortune grazie all'allevamento delle pecore. José Menéndez è il più ricco e potente e gestisce con avidità e pugno di ferro la sua attività. Per “proteggersi” dai “maledetti” indios incarica un suo capataz, l'ex militare inglese Alexander MacLellan, uno che spara tranquillamente ai braccianti che si infortunano sul lavoro (“un uomo senza un braccio significa un uomo in meno, compreso?”), di trovare una via sicura e dei terreni verso l'Atlantico per le sue greggi. Perchè il problema sono i furti di pecore (per mangiarsele) che le comunità indios dei Selknam compiono ai suoi danni. Ad accompagnarlo, un meticcio (un mestizo) abile col fucile e, contro la sua volontà (“marinai e cowboy non sono la stessa cosa, lo stesso animale”), un mercenario americano del Texas, imposto da Menéndez. Diffidenti l'uno dell'altro, il feroce inglese, l'arrogante e spietato americano e il silenzioso “mestizo”, dai due disprezzato e sospettato, sia pure in modo diverso (“metà indio e metà bianco, non sai mai a chi spareranno”) si inoltrano in una terra incognita, tra incontri bizzarri, una dis-umanità bianca folle e crudele, massacri gratuiti. Un vero viaggio nell'oscurità di un gruppo malcombinato.

In cerca di semplificazioni chiarificatrici, Los colonos è stato da subito definito a Cannes “un western revisionista”. In effetti del “più genere tra i generi” il film cita (e subisce) tante situazioni tipiche e affascinanti, prendendone però altrettanto decisamente le distanze nel complesso di un'opera di demistificazione e de-ideologizzazione. (…)

Perchè Los colonos non è tanto un'avventura esotica, magari aspra, ispirata ma inventata, che inevitabilmente riverbera di una sua barbarica bellezza di ambientazione e immagine, quanto piuttosto una pagina di Storia ricostruita che non vorremmo fosse mai stata scritta. Ad esempio, José Menéndez è una figura dolorosamente autentica (…). Soprannominato “il re della Patagonia” si incaricò di una “bonifica” anti indios, fatta di mattanze ignobili (ai cadaveri veniva tagliato un orecchio pagato una sterlina e a volte persino l'utero) e ghettizzazioni di indigeni nelle missioni dei salesiani che avevano così il loro gregge da evangelizzare. Insomma un genocidio silenzioso e ora acclarato (“la lana se macchiata col sangue, perde il suo valore”), in cui si distinsero “campioni” come lo stesso MacLellan e soprattutto Julio Popper, un avventuriero ex cercatore d'oro che non faceva prigionieri e che lasciò una ingente memoria fotografica delle sue imprese.

Come ha dichiarato il regista: “praticamente tutta la Terra del Fuoco è ancora oggi dei Ménendez e quello che non è loro lo regalarono a qualche comunità cattolica per farne dei collegi. Abbiamo potuto filmare solo dove ci hanno aperto le porte” (il film è girato sull'isola Dawson sullo stretto di Magellano). Per la (amara) cronaca, la popolazione Selknam oggi è ridotta a poche comunità. In compenso con una ipocrisia degna della stessa cinica causa, ora la loro memoria sopravvive come souvenir, parte significativa della cultura fondante di un intero paese (come si diceva tra gli americani del nord: “l'unico indiano buono è quello morto”, salvo poi ora chiedere scusa, molto dopo e farne folklore): bamboline da appendere, statuette, gelati, cioccolato, vino.

Del resto l'operazione di manipolazione e mistificazione dei fatti la si coglie splendidamente nel film, in uno dei suoi momenti narrativamente migliori, quando il governativo venuto da Santiago, l'intellettuale nazionalista Segundo Molina, sette anni dopo la fine dell'“impresa” - che non si perita di nascondere il fatto che di tutto quello che è successo l'importante è, a 100 anni di fondazione della gloriosa repubblica, mascherare esteticamente la crudeltà dei fatti – ritrova il meticcio del trio che ora convive in riva al mare con la donna che ha raccolto in un terrificante episodio della traversata e li filma, a testimonianza di una ipocrita riconciliazione, travestendoli quasi da coppia civilizzata e felice, ricevendone peraltro silenzio, diffidenza e una passiva riottosità (…).


 

 

Los colonos
Cile, Argentina, Francia, 2023, 97'
Titolo originale:
id.
Regia:
Felipe Gálvez Haberle
Sceneggiatura:
Antonia Girardi, Felipe Gálvez Haberle, Mariano Llinás
Fotografia:
Simone D'Arcangelo
Montaggio:
Matthieu Taponier
Musica:
Harry Allouche
Cast:
Sam Spruell, Mark Stanley, Alfredo Castro, Marcelo Alonso, Mariano Llinás, Camilo Arancibia, Benjamin Westfall, Luis Machín, Emily Orueta, Heinz K. Krattiger, Mishell Guaña
Produzione:
Quijote Films, Rei Cine, Quiddity Films, Volos Films
Distribuzione:
Lucky Red, MUBI

All’inizio del XX secolo, tre uomini a cavallo si imbarcano in una spedizione attraverso l’arcipelago della Terra del Fuoco per volere di un ricco proprietario terriero. Ad accompagnare lo spericolato tenente britannico e il mercenario americano c’è il meticcio Segundo, che si renderà conto, tra le crescenti tensioni all’interno del gruppo, che la loro vera missione è quella di “eliminare” la popolazione indigena.

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