Carlo Sironi

Sole

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Sole è la storia di una famiglia mancata, di una maternità rifiutata, di una paternità sfuggita. È un film fatto di vuoti, di corpi che si completano, di silenzi, di musi lunghi, di inquadrature che sono come i personaggi: parche di parole, dai movimenti studiati, dai vuoti perennemente in attesa di essere completati. Più che un film scontato, è un film mimetico, ricalcato sulle vite che racconta, superficiale perché resta in superficie di un dramma invisibile a tutti, se non ai suoi protagonisti e allo spettatore.

Sole è il nome di una bambina partorita e venduta a una coppia sterile che ha organizzato l’acquisto della futura figlia da una ragazza polacca immigrata in Italia. È il nome di una persona che non sarà mai chi è veramente, figlia di un corpo e di una menzogna; una mancanza anch’essa, un vuoto che dà il titolo al film di cui è il fantasma.

Ermanno, nipote dell'ideatore del piano e suo intermediario, è il ragazzo che in attesa del parto si prende cura della madre biologica (che di nome fa Lena e ha bisogno di soldi per andare in Germania) e in ospitale finge di essere il suo compagno. È un padre fittizio, un padre mancato, prima ancora uno sbandato che vive nell'anonimato, che ruba e si nasconde dietro frasi banali ed espressioni annoiate. Un fantasma pure lui, che a un certo punto sogna di trasformare la sua finzione in realtà, sogna di essere felice, di formare per davvero una famiglia con Lena e Sole.

Il vuoto che attornia le vite di tutti i personaggi del film – che in un incastro di reciproche mancanze non possono avere ciò che vogliono o non vogliono ciò che si portano dentro – è naturalmente seguito dal suo opposto, dalla pienezza della vita che sarà o che potrebbe essere. E il film suggerisce in ogni momento questa antinomia visiva e narrativa, con una cupezza che non è cinismo ma malinconia e con un rigore che non è freddezza ma attesa, forse speranza.

Il sole che verrà – e che a un certo punto arriva prematuro, costringendo la madre naturale a comportarsi come tale, ad allattare ed accudire ciò che non vuole tenere ma deve crescere – segna l’orizzonte degli eventi vagheggiati e ovviamente frustrati: la fuga di Ermanno e Lena, la famiglia che potrebbero essere, l’altrove che si fa mondo. Dietro la fermezza delle inquadrature risiede perciò un altro film, un film anch’esso fantasma, fatto di immagini impossibili, dove la pienezza ricompensa il vuoto.

Regista all’esordio nel lungo e sicuramente di buone visioni (su tutti i Dardenne), Carlo Sironi allestisce un mondo di riferimenti mancanti e di risposte non date, ma dietro le scelte dei suoi personaggi - proprio come accade nei film dei fratelli belgi - non si cela un universo morale troppo severo da accettare. Oltre le vite secche di Ermanno e Lena c’è solo una speranza tradita, una tensione che sfuma nel languore.

Per questo nel rigore stilistico e narrativo di Sole, pur nell’evidente fermezza del regista, si cela il sospetto di un vero vuoto, la ripetizione a memoria di un cinema geometrico costruito sul senso comune di una semplice paternità, desiderata e poi tradita come tante.

Sole
Italia, Polonia, 2019, 102
Regia:
Carlo Sironi
Sceneggiatura:
Antonio Manca, Carlo Sironi, Giulia Moriggi
Fotografia:
Gergely Pohárnok
Montaggio:
Andrea Maguolo
Musica:
Teoniki Rożynek
Cast:
Barbara Ronchi, Bruno Buzzi, Claudio Segaluscio, Sandra Drzymalska
Produzione:
Kino Produzioni, Lava Films
Distribuzione:
Officine Ubu

Ermanno è un ragazzo che passa i suoi giorni tra slot machine e piccoli furti. Lena arriva in Italia per vendere la bambina che porta in grembo e poter iniziare così una nuova vita. Ermanno deve fingere di essere il padre della bambina per permettere a suo zio e alla moglie, che non possono avere figli, di ottenere l’affidamento in maniera veloce, attraverso un’adozione tra parenti. Sole, però, nasce prematura e deve essere allattata al seno. Mentre Lena cerca di negare il legame con sua figlia, Ermanno inizia a prendersi cura di loro come se fosse il vero padre.

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