Carlo Verdone

Una buona stella? L'abbiamo fatta grossa

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In film dal congegno collaudato ma dall'impianto comico usurato, perlopiù non esenti da gag di grana grossa, ci si può pure imbattere in impreviste denunce a mo' di monito sottotraccia. Si parla frequentemente di faciloneria in certe commedie di costume e a Carlo Verdone – che del paradosso dietro il bozzettismo ha fatto la propria cifra artistica per oltre un trentennio – la si contesta spesso. Basti pensare al precedente Sotto una buona stella (2014). Non sempre s'indovina il mutare dei tempi, non sempre ci si adatta, e la volontà di un cambiamento artistico è fattore troppo rischioso perché il pubblico, conquistato nel tempo, sia disposto a seguire il nuovo percorso senza perplessità.

Arrivato alla soglia dei 65, Verdone, in L'abbiamo fatta grossa, ribadisce i suoi usuali e perdonabili difetti: sempre encomiabile è il desiderio, maturo, di aggiornare la propria tipologia di commedia, mostrare i nuovi tic e le nuove contraddizioni del Paese qui e adesso, con spazio a figure e psicologie incapaci di adattarsi alla realtà, relegate ai margini e schiacciate, prima pedine e poi capri espiatori. I gesti comici sono i medesimi della filmografia verdoniana, come pure le urla e le parolacce. Verdone è autore che non vuole deludere il pubblico e opta per schemi e situazioni risapute e familiari agli aficionados, benché la rappresentazione del reale sia meno graffiante del solito. A confermarlo sono gli echi e i rimandi ai suoi film più amati, seminati più per furbo escamotage che per nostalgia: il detective di mezza tacca Merlino, ex carabiniere, vive con la zia aterosclerotica come il Rolando di Acqua e sapone viveva con la nonna, e nel corso di una cena galante, narrando di improbabili avventure gialle, ripesca il piglio sbruffone e gaglioffo di Sergio-Manuel Fantoni.

Giunto al suo venticinquesimo lungometraggio, Verdone conferma qualità comiche di razza e una più misurata compostezza attoriale, in linea con l'età, non soddisfatto di un climax in cui la risata, vuoi sardonica vuoi irriverente, non può più essere la stessa di prima. Nel tempo in cui televisione, web e tormentoni hanno sostituito la formula della commedia più gloriosa, e il fenomeno Checco Zalone miete incassi da primato, appare lontana l'epoca dei successi al botteghino frequente nel ventennio Ottanta-Novanta. Consapevole di questo, Verdone opta per un meccanismo che già dai trailer rimanda alle pochade francesi: le nevrosi e gli impacci dei due protagonisti, indotti a una collaborazione forzata che ne muta le solitarie esistenze in una sincera amicizia, sprizzano da equivoci a girandola, situazioni a incastro, incontri-scontri con figurine che si reiterano senza freni. Non manca una parentesi da gangster movie che sembra condurre il film verso un epilogo favolista, avviandolo invece a una conclusione amara. Una cimice posta sotto il tavolo di un ristorante, una misteriosa valigetta à la Tarantino, un inatteso coup de théâtre, sono alcuni degli espedienti di un intreccio in cui l’equivoco è il vero protagonista: fattore-chiave di segmenti ora sguaiati (lo sketch nel centro estetico per poter asciugare il denaro), ora esilaranti (l'ospedale, che qui funge da anello di congiunzione tra personaggi e comprimari).

Il risultato è discontinuo, sbilanciato in parti non del tutto omogenee dove la seconda è più divertente della prima. Dietro il paradosso, tuttavia, si coglie la lettura della realtà renziana e dei suoi rancidi effetti, e lo spettatore vi riconosce la contraddizione di un Paese in cui la supposta produttività resta inafferrabile: una presunta banconota da 500 €, miraggio per due squattrinati personaggi, ugualmente si rivela un impaccio per acquistare un gelato a due bambini o per concedersi piccoli lussi. A farne le spese sono i pesci piccoli, mentre chi ne beneficia, come in un classico di Frank Capra o di Preston Sturges (o in una favola di Mark Twain al contrario), sono i soliti squali, che si dichiarano garanti del beneficio e il malaffare consente di stare al Potere. Solo una pernacchia è l'estrema e liberatoria risposta per chi da tale abietta logica si è fatto fregare: se a Verdone non si possono chiedere tinte forti, e la morale tutto sommato onesta è ostentata lì. È il finale a rammentare che autentica è la realtà che concepisce situazioni e tipologie come quelle descritte. E il filologo della comicità Verdone, come già in Io, loro e Lara (2010), può permettersi di riadattare Totò, riprendendo La banda degli onesti (1956) nel persistente tentativo di spacciare una banconota fasulla, rinunciando all'epilogo consolatorio e finto-edificante: il moralismo che abbraccia la famiglia qui è lontano, e, per quanto un evergreen sempre vincente, il pernacchio in stile Eduardo è un'antica lezione di commedia per rispondere al presente. E, non meno rilevante, il coraggioso passo verso una vecchiaia artistica in cui sogni e borotalchi non sono più la risposta. Traendo ispirazione da Sciascia, farla grossa non è più un errore involontario ma una presa di posizione. 

L'abbiamo fatta grossa
Italia, 2016, 112'
Titolo originale:
L'abbiamo fatta grossa
Regia:
Carlo Verdone
Sceneggiatura:
Massimo Gaudioso, Pasquale Plastino, Carlo Verdone
Fotografia:
Arnaldo Catinari
Montaggio:
Claudio Di Mauro
Cast:
Carlo Verdone, Antonio Albanese, Simona Caparrini, Eugenio Krauss
Produzione:
Aurelio De Laurentiis, Luigi De Laurentiis
Distribuzione:
Filmauro

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