CINEFORUM / 516

Il cammino per Santiago

di Chiara Borroni

Tom è un oculista che vive a Los Angeles, vedovo e ha Daniel come unico figlio. Daniel è un intellettuale impegnato nella ricerca universitaria ma anche – e soprattutto – nella ricerca esistenziale. I conflitti e le incomprensioni tra i due aumentano quando Daniel decide di abbandonare la carriera per dedicarsi alla più intima e fondante indagine delle profondità dell’animo e dello spirito. Non si narra quasi nulla di tutto questo, sono piuttosto dettagli che emergono pian piano dalle brevi parentesi che si aprono in forma di flashback nelle visioni che Tom ha quando è costretto dal destino a misurarsi, da padre, con la peggiore di tutte le tragedie: la morte del proprio unico figlio. Impegnato sul campo da golf con gli amici, Tom viene raggiunto da una telefonata che gli annuncia la morte del figlio in una delle prime tappe del cammino per il Santiago di Compostela. Il dottore fugge dal green e si precipita in Europa per recuperare le spoglie di Daniel e riportarle in Patria; in breve tempo però, come toccato da qualche cosa di sconosciuto, decide di intraprendere lui stesso il pellegrinaggio impedito al figlio dal maltempo che lo ha rapito nei pressi di Roncisvalle e di disperdere le sue ceneri lungo il cammino.
Lungo la strada appunto, questo il tema del film. Una strada faticosa per il fisico, per la mente e per l’anima, soprattutto quelle di un uomo smarrito e chiuso nel suo dolore; eppure una strada troppo superficialmente indagata dalla camera del regista solo a tratti interessata a trarre ispirazione dalla visività del paesaggio e dalle sue peculiarità. La scelta in favore di un’immagine minimale, sempre o quasi concentrata sui personaggi, apprezzabile nei toni lividi dominanti ma troppo frettolosa quando tenta di restituire un certo lirismo del paesaggio, rischia di andare a detrimento tanto di una profondità visiva del quadro quanto del suo equilibrio. Soprattutto se accostata al troppo enfatico e ingombrante uso delle musiche spesso oltre il limite della sopportabilità: tracce banali e ridondanti, eccessive, troppo presenti e scelte per di più con un gusto di grossolanità disarmante.
Il medico californiano tutto carriera e campi da golf è stato dunque trasformato dalla devastante esperienza, dalla struggente avventura in un banale viaggiatore con zaino sulle spalle e foulard al collo, curioso del mondo e della gente come lo era suo figlio e come lui mai avrebbe pensato di diventare. Una scelta deprimente che getta nella semplificazione più totale tutto il film lasciandovi affogare anche i momenti più ispirati. Non è il finale l’unico momento che diluisce il coinvolgimento patetico nella vicenda quasi per intero affidato ai personaggi. Lo sono per esempio le apparizioni di Daniel al padre, non tanto i flashback sopportabili nella loro funzione di svelare qualche cosa del loro rapporto, quanto piuttosto le vere e proprie allucinazioni che il padre ha lungo il cammino, metaforiche e pleonastiche raffigurazioni delle tappe dell’avvicinamento tra i due, un percorso lungo il quale il travaglio del padre trova appigli nei sorrisi di bonaria compiacenza del figlio fantasma; lo sono alcuni momenti che cedono al folklore senza ritrovare un gusto neanche vagamente etnografico della rappresentazione; lo sono alcuni momenti che dovrebbero avere una funzione rivelatrice e invece non diventano che caricaturali quadretti spinti a forza nel fluire dei chilometri e dei passi.
Si perdono dunque in queste scivolate semplicistiche i non rari dialoghi intensi, le intemperanze di quell’uomo perduto e ostile, i suoi silenzi carichi di dolore e di tensione pronta a esplodere, i suoi allunghi di passo in cerca di solitudine, il suo tenersi a distanza, le sue insofferenze verso tutto e verso tutti e, soprattutto, verso l’ineluttabilità del destino. Convinti della sincerità e della passione messa nel progetto dalla famiglia Estevez, non si può che rammaricarsi della debolezza del film che non riesce realmente a destreggiarsi fra tragedia umana e fervore mistico, fra ispirazione spirituale e poeticità visiva, fra afflati religiosi e voglia di avventura. Un film che poteva dire molto di un’esperienza secolare come quella del pellegrinaggio, di una tragedia assoluta come la perdita di un figlio, della morte, della vita, di ciò che si sceglie e di ciò che si subisce e che invece si perde nella sostanziale incapacità di focalizzare attraverso la narrazione per immagini la carica emotiva del progetto.