CINEFORUM / 8NS

I sogni son desideri

“Dreams are scary” dice il piccolo Sammy Fabelman, quando fuori dal cinema sta per entrare a vedere il primo film della sua vita. Già, ma che cos’è il cinema? Il padre alla sua destra gli spiega che sono una serie di fotografie che vengono proiettate più velocemente di quanto il nostro cervello possa comprendere e che ci creano l’illusione di vederle in movimento. La madre, alla sua sinistra, gli dice che il cinema sono i nostri sogni proiettati su uno schermo, “che non dimenticherai mai”. La scienza e l’arte. La realtà e l’immaginario. La razionalità e la passione. Il padre e la madre (o il maschile e il femminile, se volete). Sembrerebbero essere queste le due polarità da cui sempre è stata scissa l’esperienza cinematografica, già da quando i fratelli Lumière reputarono il cinematografo un grande strumento per descrivere e fare scienza del mondo, mentre Georges Méliès ne colse le potenzialità illusionistiche e fantastiche.

Ma forse più ancora di queste sono la paura e il desiderio, la repulsione e l’attrazione le due polarità dentro a cui da sempre è stato preso lo sguardo al cinema. Quando Sammy nonostante i soli sei anni d’età alla fine vince la paura del buio ed entra nel cinema (accompagnato dal padre e dalla madre) vede Il più grande spettacolo del mondo di Cecil B. DeMille e rimane con gli occhi spalancati quando assiste alla scena dell’incidente ferroviario, dove una macchina viene schiacciata tra due convogli ferroviari che fanno deragliare vagoni, passeggieri, locomotive. Una delle più famose scene d’incidente della storia del cinema fa sì che il piccolo Sammy non riesca staccare gli occhi di dosso dallo schermo. Ma che cos’è che prova mentre vede questa scena di catastrofe? È paura? È angoscia? È desiderio? È una scena primaria quella a cui assiste Sammy, il cui contenuto, proprio come di quelle di cui parlava Sigmund Freud, è ambiguo e incerto, e verrà “svolto” solo a posteriori, in base a quello che il soggetto vorrà fare di essa da adulto.

Sarà la madre (e cioè il desiderio) a dire a Sammy di usare la macchina da presa a 8mm del padre (cioè la tecnica e la scienza) per provare a rimettere in atto quella scena con il suo trenino elettrico: “così la potrai rivedere tutte le volte che vuoi”. Il senso di quel desiderio che l’ha fatto rimanere con gli occhi sbarrati a guardare il film di DeMille sarà dato dal suo modo – personale e irripetibile – di riviverlo tramite l’immagine. E il cinema in effetti sarà un po’ entrambe le cose: un modo per manifestare e riprodurre quel sentimento di paura e di angoscia (ma anche di erotica attrazione), ma anche uno strumento per mantenerlo a distanza e proteggerci da esso. Il cinema insomma vede di più della vita, vede troppo del reale, a volte facendo emergere anche cose che non vorremo sapere, come quando facciamo esperienza dei sogni. Ma nello stesso ci difende da esso e ci dà una copertura all’intrusività traumatica del reale.