Niccolò Ammaniti

Anna

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*photocredit foto in testa: Greta De Lazzaris

Cosa succederebbe se una pandemia sterminasse tutti gli adulti sulla terra e a sopravvivere fossero solo i bambini, immuni al virus fino alla maturità? La sinossi di Anna, partendo dalle premesse distopiche del romanzo omonimo, si riaggancia al nostro presente più universale, avvicinando un racconto apocalittico al nostro vivere quotidiano. Ma non è soltanto questa casuale attinenza tra attualità e finzione a fare di Anna un prodotto convincente e riuscito.

Un mondo esperibile solo attraverso la prima età della vita, quella più complessa e tumultuosa, è un mondo compresso e addensato in cui tutto ciò che sta in superficie all’esistenza viene meno per causa di forza maggiore. Non ci sono più adulti, non ci sono più responsabilità se non quelle legate alla propria sopravvivenza. L’infanzia diventa quindi un’età originaria e totale, negata nella sua accezione di illusione e ingenuità e votata all’istinto, all’impulsività più cruda e animale.

I protagonisti sono bambini ma sono anche prossimi alla morte, e quindi sono allo stesso tempo adulti e anziani, gli unici vivi possibili. Come ne Il Signore delle Mosche di William Golding o ne Il grande quaderno (La Trilogia della Città di K.) di Agota Kristof, questa base narrativa straniante lavora sulla rappresentazione dell’infanzia come duplice, ne macchia il viso angelico sia col trucco colorato che con la caratterizzazione istintiva, anarchica e violenta dei giovani personaggi.

Quella di Niccolò Ammaniti è sempre stata una prosa dotata di ritmo e di tinte visuali molto forti ed è per questo che sembra raggiungere il suo apice espressivo proprio nel riversarsi nel mezzo video. Il racconto si avvale di elementi archetipici della narrazione seriale che fa buon uso di cliffhanger e colpi di scena senza diventarne dipendente; ma il principale punto di forza di Anna è proprio la sua capacità di calibrare con raffinatezza l’energia di racconto avventuroso appassionante e la poesia della vicenda intima ed esistenziale, grazie soprattutto alla linea narrativa dei due fratelli protagonisti.

La tensione emotiva del loro legame è costruita soprattutto su una sapiente frammentazione temporale che distribuisce i flashback e li fa dialogare col presente narrativo. È il pregresso famigliare, quel mondo perduto in cui gli adulti erano ancora in vita e l’infanzia era ancora protetta e istituzionalizzata a fare da prodromo emotivo e al contempo da oggetto del desiderio impossibile, punto di non ritorno. Il tramonto degli adulti e il loro tentativo di dare i mezzi di sopravvivenza a chi rimarrà è frammentato in storie e personaggi diversi ma uniti dalla stessa tragica fine.

Il passato si impone sul qui e ora della storia anche attraverso la monumentale scenografia postapocalittica in cui i vecchi beni di consumo della società pre-pandemica giacciono accatastati e ricoperti dalle piante infestanti. È una scenografia attiva che non manca di dialogare coi giovani protagonisti, convincenti nelle loro recitazioni spontanee, grazie anche all’iterazioni con l’oggettistica. Le ambientazioni cambiano fluidamente, passando da vecchie dimore barocche a freddi condomini in serie: ecomostri disseminati di cadaveri e resti organici o oggettuali, teschi accatastati in installazioni neo-primitive oppure usati come costumi, armature da battaglia. Il Quaderno delle cose importanti, ovvero il lascito del passato materno che, cieco, prova a istruire il futuro, ora è un’insieme di cocci da ricostruire o buttare per sempre, una dimensione originaria di nido negata in partenza ma comunque presente in quel disordine traumatico di oggetti e scenografie.

Nonostante la presenza materica del passato adulto, quello sulle rovine rimane uno uno sguardo che è sì bambino, ma comunque disilluso, pratico, azionale. Quello tra i bambini e l’ambientazione in rovina è un rapporto di attaccamento materno ma anche sfida, azione concreta e utile ad agguantare il giorno. Quello sguardo silente e puro che in Favolacce, rendeva i bambini superiori, innocenti e quindi in diritto di distruggere tutto, qui si carica di una caratterizzazione più concreta, mai timorosa di rendere i piccoli personaggi dei carnefici impietosi e violenti. In fondo, è lo sguardo di una vita ridotta alla sua essenza, che non ha paura di graffiarsi tra i rovi o immergersi nel fango.

Anna è dunque un ennesimo racconto di bambini che parla agli adulti, analogamente a molta della cinematografia nostrana degli ultimi anni. Oltre a certe venature narrative di Pinocchio e alla succitata opera dei Fratelli D’Innocenzo, si pensi a La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi o A ciambra di Jonas Carpignano, in cui lo sguardo infantile era costretto a “farsi grande” davanti alla crudezza della realtà. È proprio grazie alla stessa focalizzazione di bambino negato che Anna si colloca tra la distopia e il racconto del reale.

Nonostante ciò, è capace di non perdere le sue tinte favolistiche e ammalianti, grazie anche ad una regia più ariosa rispetto al precedente Il miracolo. La macchina da presa non si priva di visioni aeree e movimenti fluidi che da una parte danno respiro all’azione, dall’altra incastonano la protagonista nell’immensa e selvaggia natura siciliana. Ammaniti riesce quindi a parlare del presente raccontando una favola dolce e tetra, che fidelizza lo spettatore fin dal primo istante e, nonostante alcuni svincoli narrativi acerbi, non smette mai di sorprenderlo.

Le sei puntante di Anna, rese disponibili tutte contemporaneamente (e non è un caso) su Sky, contengono un mondo ruvido e al tramonto che non ci si stanca mai di esplorare nelle sue contraddizioni più nascoste; un mondo in cui appena nati si deve subito morire, in cui un guardie e ladri potrebbe trasformarsi in una fuga per non morire ma in cui, nonostante tutto, c’è sempre una casa a cui tornare. 


 

Anna
Italia-Francia, 2021, 54' x 6
Ideazione:
Niccolò Ammaniti
Sceneggiatura:
Niccolò Ammaniti (dal suo romanzo omonimo)
Fotografia:
Gian Enrico Bianchi
Montaggio:
Clelio Benevento
Musica:
Rauelsson
Cast:
Giulia Dragotto, Alessandro Pecorella, Elena Lietti, Roberta Mattei, Giovanni Mavilla, Clara Tramontano, Viviana Mocciaro, Nicola Mangano
Produzione:
Sky Studios, Wildside, Arte France, Fremantle, Kwaï, The New Life Company
Distribuzione:
Sky

Un'epidemia causata da un virus proveniente dal Belgio ha provocato la morte di tutti gli adulti. Solo i bambini ne sono immuni, fino al raggiungimento della pubertà. Anna è una ragazzina tredicenne che, dopo la morte della madre, cerca di proteggere in ogni modo il fratellino Astor. Per difenderlo da pericoli esterni lo tiene isolato nella casa di famiglia, mentre lei si allontana in cerca di cibo e provviste. Un giorno, Astor viene rapito da una banda di bambini, i "Blu". Anna è costretta a mettersi in viaggio alla ricerca del fratellino.




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