Bergman 100: Scene da un matrimonio

Scene da un matrimonio (Scener ur ett äktenskap, 1973)

Volendo, si potrebbe anche chiamare teoria dell'imprinting. Benché puzzi tremendamente di effetto Fantozzi sulla Corazzata Potëmkin. Metà anni Settanta, un sabato sera. Un bimbo di non più di cinque anni, che ha sì sentito nominare Bergman ma non sa che film faccia. Quella sera è davanti al televisore, ci sono Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. Non è come vedere i cowboy e gli indiani ma quella sera, sui tre canali tra cui si può scegliere, compresa la Svizzera italiana, di cowboy e indiani proprio non se ne trovano. A un certo punto della trasmissione, una didascalia annuncia Scene da un matrimonio, come il film di Bergman di cui hanno parlato in quegli stessi giorni in televisione. Subito dopo il titolo, un rubinetto gocciola. Gocciola. Tic…Tic…Tic… Gocciola e pare non smettere più. Sandra e Raimondo si guardano. Nessuno parla. «Madònna», si lascia sfuggire la madre del bambino in un sussurro. Sarà durato pochi secondi, ma anni dopo su quello stesso istante il bambino avrebbe tarato lo spessore bergsoniano del tempo. Una brillante parodia aveva scavato un solco profondissimo: era quello il cinema d'autore, con tutti quei vuoti e quei silenzi al posto dell'azione? O era quello il matrimonio, un lungo stillicidio di atti volutamente mancati? È la storia di un piccolo, indiretto, incontro. Oppure di un piccolo trauma infantile. Ho poi speso tutta una vita per ricredermi ma il dubbio ancora qualche volta mi corrode.