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Halloween di David Gordon Green

Probabilmente non c’è mai un vero buon motivo per fare un altro Halloween. Considerando che dal 1978 fra sequel, remake e reboot ne sono stati prodotti ben undici (la media fa uno ogni tre anni e mezzo) è però vero che non esiste epoca (storica e cinematografica) che non abbia il suo Halloween. E allora forse si può sostenere anche il contrario, e cioè che non esistono buoni motivi nemmeno per non continuare a farli. E la ricorrenza dei quarant’anni dal primo – che cade in questo 2018 – è senza dubbio una ragione sufficientemente valida.

Lo è ancora di più visto che sancisce alcuni importanti ritorni, a partire da quelli di John Carpenter Jamie Lee Curtis. Il primo come produttore esecutivo, cosa che non accadeva – in un Halloween – dal 1982 per il terzo capitolo della saga (Halloween III: Season of the Witch diretto da Tommy Lee Wallace) e la seconda di nuovo nel cast dopo sedici anni dall’ultima volta in cui aveva impersonato Laurie Strode: in Halloween: Resurrection (2002) di Rick Rosenthal. Ma a tornare è anche Nick Castle, l’attore che interpretò Michael Myers (adulto) nel 1978 e che da allora non aveva mai più ripreso i panni del killer di Haddonfield.

Il film di Green è però qualcosa di diverso da un rifacimento antologico e celebrativo e pur essendo in tutto e per tutto un sequel – situato temporalmente, appunto, quarant’anni dopo i fatti di sangue al centro del primo – è a ben guardare molto più simile a un remake. Sottigliezze, si potrà pensare, tanto più che la saga annovera anche un altro importante remake: quello firmato da Rob Zombie nel 2006. Eppure quest’ultimo capitolo – che non a caso si intitola semplicemente Halloween proprio come l’originale e come il rifacimento di Rob Zombie – è forse il primo fra tutti a provare a ragionare (anche se non troppo lucidamente) su quell’oggetto grande, grosso e ingombrante che Halloween è diventato.

Il regista – che, particolare non trascurabile, è all’esordio con l’horror – rimette di fatto in scena il film di Carpenter nell’America del 2018. Utilizzando a tal fine una serie di elementi narrativi, coordinate visive e situazioni del racconto, che vanno certamente al di là delle citazioni più esplicite (che comunque non mancano). Riuscendo in questo modo a ridare forma non tanto a un testo ormai percorso e riscritto in tutti i modi possibili e immaginabili, quanto a un canone che raramente si è interrogato sulla propria natura e il proprio ruolo. Nei primi minuti del film alcuni personaggi – fra i quali Allyson, la nipote di Laurie – mentre passeggiano per le vie di Haddonfield, parlando degli omicidi del 1978, si dicono poco impressionati da quelle morti, sia per la distanza temporale che li separa, sia perché nel 2018 un pazzo maniaco che ammazza qualche malcapitato con un coltello non fa granché notizia. È evidente come la  conversazione faccia riferimento non tanto ai fatti di cronaca della finzione, quanto al ruolo stesso di Halloween e dello slasher in generale nell’immaginario cinematografico horror contemporaneo.

Di fatto la consapevolezza di maneggiare una materia incandescente e di dover fare i conti con un cult assoluto sembra portare gli autori a riflettere sulla natura di un genere che oltre a non passarsela troppo bene, pare effettivamente avere poco a che fare con il tempo in cui viviamo. Un tempo in cui cinema, televisione, videogame e (purtroppo) anche la cronaca forniscono immagini talmente esplicite e crude da rendere persino Michael Myers qualcosa di non troppo interessante. Tutto vero, tutto condivisibile e tutto giusto. Il rammarico però è che da questa riflessione non emerga alcun tentativo di rivitalizzazione o rivisitazione dell’horror classico che tenga conto degli stimoli visivi dei media di oggi e si esaurisca invece in un’operazione che è il suo esatto contrario. Ovvero la creazione di una cover o, se si preferisce, di un vero e proprio calco: una riproposizione mediata e aggiornata, cioè, di un modello vecchio di quarant’anni. E benché tale modello abbia scritto (persino fondato) la storia dello slasher e rappresenti una delle vette inarrivabili della storia dell’horror – sia in termini estetici che contenutistici – e che assumerne le medesime strutture linguistiche sia una scelta molto coerente con lo stile che Green sceglie di adottare, è anche vero che essa è espressione di un cinema di tutt’altra epoca. Quindi non più utilizzabile per raccontare la stessa storia quarant’anni dopo. E se non è possibile girare come Carpenter, non si dovrebbe forse mantenere tutta questa fedeltà all’oggetto di culto che si utilizza come modello, perché il  rischio – come accade – è di trasformare tale oggetto in un feticcio. Un vero peccato, anche perché Green dà la sensazione avere soluzioni e invenzioni interessanti da offrire, se fosse più libero di esprimersi: non solo ci sono almeno un paio di uccisioni molto ben studiate, ma anche l’uso degli spazi e la meccanica della suspense sembrano tutt’altro che banali.

Per di più – ed è qui che la devozione al film originale crea più ostacolo – è sul messaggio che Halloween 2018 non riesce a dire nulla di veramente nuovo. La novità più interessante è l’ulteriore sviluppo di una tematica che ha caratterizzato la saga sin dal primo capitolo e cioè lo spirito femminista che fa da guida all’azione. I maschi (eccenzion fatta per Michael) spariscono letteralmente dal film e l’affermazione del femminile si trasla su una scala generazionale coinvolgendo nel finale nonna, figlia e nipote. Di certo la scelta più azzeccata del film e probabilmente l’unica al passo coi tempi. Eppure ribadire che sarà una scream queen a salvare il mondo non basta ad aggiornare tematiche vecchie di quattro decenni che conosciamo a memoria. Che Michael Myers sia il male incarnato, che in virtù di questo abbia dei tratti sovrumani e che sia immortale l’abbiamo capito ormai da diverso tempo. E invece che farcelo ripetere per l’ennesima volta avremmo preferito che finalmente questo male supremo e inesplicabile venisse tematizzato – Rob Zombie ci aveva già provato a dire il vero, anche se maniera un po’ inconcludente. Perché non suggerire per esempio che dopo quarant’anni passati a combattere il diavolo senza riuscire a eliminarlo non si provi a pensare di accettarlo e convivere con lui, oppure che Laurie, nel suo ardere d’odio, frustrazione e sete di vendetta possa trasformarsi lei stessa in dispensatrice di morte (come peraltro il film, almeno inizialmente, pare suggerire)?

Domande senza risposta naturalmente, ma con le quali, crediamo, prima o poi dovrà confrontarsi anche Halloween. E magari lo farà già nel prossimo capitolo. Che sarà pronto, ne siamo certi, in meno di tre anni e mezzo.