All’interno della sezione Resistencias, riservata ai documentari, il Festival de Sevilla 2017 ha presentato un piccolo gioiello (55 minuti) realizzato dallo sguardo delicato di un bambino diventato ormai adulto di fronte a un padre che ai bambini ha dedicato la propria vita.

Miguel Rodríguez, giovane regista di trent’anni, grazie all’utilizzo di materiali video in super 8 e VHS, reperiti alla TV e dalla videoteca familiare, riporta alla luce, con pudore e dolcezza, il periodo in cui il padre, Jose Luís Rodríguez, lavorava al Barrio Sésamo: La isla de Flora, un programma della televisione andalusa durante il quale, assieme a altri due colleghi, insegnava ai bimbi a disegnare e a fare piccoli lavori con la carta e la stoffa.

Basterebbe rileggere le lettere che i bambini inviano alla trasmissione, ringraziando Flora, Tico e Ulyses, i personaggi interpretati da Jose Luís e dai due compagni, per rendersi conto di quale distanza esista tra l’ingenuità entusiasta di un bimbo e la resistenza dell’adulto di fronte alla propria infanzia, imbracciando le armi del buon senso e del cinismo, distanziandosi, nella migliore della ipotesi, attraverso l’imbarazzo per essere stato così naïf.

Nella seconda parte di questo bellissimo e toccante lavoro, il padre del regista telefona a alcuni dei bambini che quasi trent’anni prima avevano scritto alla trasmissione. Li chiama per salutarli, ma soprattutto per far riemergere un ricordo che all’epoca ha donato gioia ma che a distanza di tempo porta i ragazzi ormai adulti a essere frastornati, confusi, quasi a disagio. Alcuni rispondono che non ricordano più, altri che ormai sono grandi e è passato troppo tempo. Qualcuno sorride con poca convinzione.

Ci sarebbe da chiedersi perché una volta cresciuti trasformiamo il pudore verso l’infanzia in una specie di presa di distanza, quasi come se non ci appartenesse più, come fosse uno scatolone pieno di cose vecchie che non usiamo più, che è un peccato buttare via, ma c’è d’intralcio.

Nonostante sia difficile da dire, la distanza posta tra l’adulto e il bambino di una volta è la distanza nei confronti di un dolore, non tanto per aver perduto la giovinezza – i ragazzi che rispondono alle telefonate del protagonista sono ancora ventenni – ma per aver perduto una pienezza e un’assolutezza sentimentale che, giunta la maturità, non proveranno mai più.

C’è uno splendido video in super 8 verso la fine del film, che mostra Miguel Rodríguez all’età di cinque anni correre sul terrazzo nudo, in piena estate, ripetendo al padre una serie di parole che lo fanno ridere poiché per lui sono parolacce come pipì o cacca (non è un caso che il titolo di quel capolavoro che è Chiedo asilo di Marco Ferreri sia stato tradotto in Francia per esempio con Pipicacadodo, cioè “pipì-popò-nanna”…). La carica anarcoide del bambino sta nel sapere che esistono regole legate alla buona creanza, ma di volerle infrangere costantemente; non tanto come atto di ribellione in sé, ma semplicemente come gesto che crea piacere o sollievo senza alcuna forma di controllo.

Il super 8 in questione è dunque tanto più poetico e emozionante, quanto più si scontra con le resistenze telefoniche di altri coetanei che fanno il gesto opposto a quello del regista, ossia si coprono e nascondo adducendo scuse di “comune buon senso”.

Dopotutto La Isla è un film su un uomo che non ha mai preso le distanze dall’infanzia e su un ragazzo che, con grande consapevolezza, cerca di riappropriarsi di quel periodo, ormai lontano, della sua vita. E “le merendine di quando ero bambino, non torneranno più”.