Oltre le colline di Cristian Mungiu

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Quesat sera, su Rai Movie, alle 00:45 andrà in onda Oltre le colline. Penultimo lavoro di Cristian Mungiu (regista del recente Un padre, una figlia), presentato in concorso al Festival di Cannes 2012. Su Cineforum 520 dedicammo uno speciale al film, con due articoli di Roberto Chiesi e Francesco Saverio Marzaduri (numero acquistabile qui). Riproponiamo qualche estratto di quest'ultimo.


«Non c’è altro amore che l’amore di Dio./Non c’è altro amore che l’amore./Non c’è altro amore./Non c’è altro». (Carmelo Bene, Salomè)

Non c’è, ma c’è. Anche in quest’opera cinematografica, meno direttamente “politica” all’apparenza e focalizzata su un tema sin qui inedito per il Noul Val Românesc – quello della spiritualità popolare, di quel retaggio religioso accantonato e a volte rimosso, ma ch’è presente e che torna ad affiorare. Anche in questo suo terzo lungometraggio (e mezzo) di cui è regista e sceneggiatore, Cristian Mungiu mette in gioco topoi e stilemi figurativi, corpi e luoghi ricorrenti che riconducono Oltre le colline, coerentemente, nel novero stilistico della nuova produzione rumena. Ne mantiene lo stesso sguardo lucido sin quasi al cinismo, l’analisi priva di condiscendenze, l’attenzione agli aspetti sociali più tipici del Paese, e magari più sconosciuti fuori.

Non distante da film anche recenti, quali Magdalene (The Magdalene Sisters, 2002) di Peter Mullan o Uomini di Dio (Des hommes et des dieux, 2010) di Xavier Beauvois, dove l’ambiente religioso fungeva da sfondo non meno carico di tormenti e assilli, con Oltre le colline, per la prima volta, lo sguardo di un cineasta romeno entra nella clausura d’un monastero femminile sulle colline a ridosso dei Carpazi, in quella tzara românesti ch’è culla e cuore della cultura nazionale, tradizioni e religiosità comprese. Ne ostenta abitudini, regole, figure, ed è uno sguardo che dalla propria neutrale innocenza trae forza e diritto per farsi requisitoria. Senza mai cadere nel facile escamotage o nel colpo di scena morboso e/o compiaciuto, lasciando che siano le contraddizioni ad affiorare dal microcosmo monastico sino a investire molti aspetti dell’istituzione religiosa, quelli più dogmatici e di Sistema.

Requisitoria innocente, si diceva. Il proposito della giovane Alina di raggiungere Voichita (amica, sorella, madre, amante: unica figura di riferimento della sua vita) e portarla via con sé, è dettato unicamente dall’amore. Amore terreno. Amore possessivo, incontrollato ed egoista, ma incondizionato. E da questo suo proposito d’amore – ingenuo come può esserlo l’amore assoluto, tanto da credere facilmente realizzabile ciò che forse è impossibile – l’occhio vigile di Mungiu fa scattare i suoi giochi di contrapposizione. Dall’inizio alla fine, Oltre le colline è un’opera giocata sul parallelismo, sull’elemento discordante. Sul quid che destabilizza e disordina, e che fatalmente è portato a scontrarsi coi fattori che ne sono l’opposto corrispettivo.

[…] Se nel precedente capolavoro di Mungiu si mostravano i laceranti esiti della legge antiabortista promulgata dal regime che colpiva la sessualità femminile colpevolizzandola e mortificandola, in Oltre le colline l’ortodossia religiosa colpevolizza e mortifica la donna attraverso la confessione, col ricatto di un’assoluzione che si può pure non concedere ai cosiddetti impuri. Così Alina non può accostarsi alla comunione, e se ne fa forza per creare scompiglio nella comunità: la sua impudicizia, che letteralmente macchia il candore dietro cui si prostrano popa e suore, le proibisce di conformarsi al nuovo ambiente. […]