Concorso

Sin señas particulares di Fernanda Valadez

Ci sono luoghi che non si possono ignorare. E che soprattutto il cinema non può ignorare. Luoghi in cui transitano e si compiono i destini dell’umanità e che raccontano chi siamo a noi stessi e ai posteri. Sin señas particulares – esordio della regista messicana Fernanda Valadez, premiato all’ultimo Sundance per la migliore sceneggiatura – sceglie di calarsi proprio dentro uno di questi spazi. E cioè sulla frontiera fra Messico e Stati Uniti, dove ogni giorno migliaia di persone tentano di passare al di là del muro o del filo spinato, di eludere i controlli della polizia di confine e di passare oltre, verso una nuova vita, un ricongiungimento o anche un nuovo orizzonte verso cui guardare.

Varcare un confine non è e non sarà mai solo un’azione fisica. Significa compiere un atto mentale e spirituale. E per questo intorno alla metafora della frontiera si sono costruite nella storia dell’uomo le filosofie, le politiche e le ideologie. È dentro questa prospettiva che agisce il film di Valadez: cercando di individuare i risvolti psicologici e i traumi collettivi che si coagulano intorno all’essenza stessa di quella linea di demarcazione. Un margine che separa due polarità opposte dello stesso mondo sì, ma anche due sguardi, due visioni, due prospettive di quel mondo.

La storia racconta di una donna, Magdalena, che cerca il figlio di cui non ha più notizie, partito da Guanajuato nel Messico centrale con l’intento di raggiungere gli Usa insieme a un amico e scomparso senza lasciare traccia. Forse morto, forse rapito, forse evaporato in quella terra di nessuno che si stende lungo il confine dal lato messicano e dove agiscono bande di criminali e mercanti di uomini. E che sembra l’anticamera dell’inferno.

È un road movie spirituale Sin señas particulares, il viaggio di una donna verso un luogo fuori dallo spazio e dal tempo in cui non vige alcuna legge e dove tutto sembra sull’orlo della catastrofe. La regista confeziona un film notturno, plumbeo, girato quasi tutto di notte e squarciato da lame di una luce che è sempre sul punto di tramontare e sfaldarsi. Un film lento, modellato su un ritmo cadenzato e che si costruisce nella distanza, ma anche un film capace di cambiare pelle e diventare in ogni sequenza qualcosa di nuovo e diverso. Inizia come una ricerca, un viaggio della speranza e si chiude come una liturgia di morte, consegnando, strada facendo, sempre più centralità alle immagini.

Un film necessario si sarebbe detto una volta, forse inevitabile ci viene da aggiungere. E non solo per il Messico. La frontiera con gli Usa non è un luogo separato, distante, unico al mondo. È al contrario uno spazio universale, collettivo, dentro al quale ognuno di noi può rintracciare un dramma o una tragedia che gli appartiene, di cui è testimone. E che esiste tale e quale in tutti i confini e le frontiere del mondo.