Doc/Internazionale

The Last Hillbilly di Diane Sara Bouzgarrou e Thomas Jenkoe

Il kentuckiano del film del 1955 era un uomo che fuggiva dal Kentucky per sottrarsi a una faida familiare; il kentuckiano del doc di Bouzgarrou e Jenkoe è all'opposto del tutto stanziale, mai se ne andrebbe dalla sua remota, rurale Knott County.

Brian Ritchie, con la sua poesia e la sua rabbia, è uno degli ultimi testimoni di un mondo che sta svanendo, il mondo falsamente glorioso delle miniere di carbone ormai chiuse, che hanno lasciato posto per loro colpa al declino economico, al disastro ecologico e alla violenza sociale. La voce fuori campo di Brian ci accompagna in mezzo a una natura incontaminata di boschi, ruscelli e pareti rocciose, un paesaggio verde che ormai sembra poter fare a meno del tutto della presenza umana. Brian sa e racconta dell'intima connessione tra storia, geografia e cultura del popolo, assiste al progressivo svuotamento della terra, maledice tra le righe un “progresso” che ha portato, alla fine, solo devastazione e distruzione delle famiglie.

Il film è una toccante elegia contro questo falso progresso, un inno commovente a un passato mitico in cui si era montanari e pionieri coraggiosi e non minatori ignoranti e impoveriti, hillbillies diventati fin dalla Depressione uno stereotipo sociale, culturale e letterario, come dire stupidi, bizzarri, violenti, razzisti, incestuosi, sempre in giro con indosso una salopette, i “responsabili per Trump”, come dice Brian. Scandito per capitoli, il film è un capolavoro di poesia e di antropologia sociale, che lascia raccontare i personaggi, contrappuntato da istantanee o piani sequenze aerei di paesaggio, inquadrato da linee basse di orizzonte come insegnava John Ford, fitto di immagini icastiche e indimenticabili: la pulitura delle teste imbalsamate di cervi abbattuti “quando si cacciava per bisogno e non per sentirsi ancora vivi”; il taglio degli alberi nel bosco; il canto corale di “Amazing Grace” davanti a un falò che illumina la notte; un bambino stravaccato su una sedia che ripete come un ritornello “io mi annoio”; i ragazzi che giocano coi cani o si sdraiano vestiti dentro l'acqua del ruscello per rompere la monotonia di giornate tutte uguali; la cura estrema delle tombe dei parenti in un cimitero ornato con le bandiere sudiste.

Con quella straordinaria immagine finale del kentuckiano su una cresta rocciosa, indomito in piedi come un John Wayne in un western fordiano, il cane in braccio, di fronte al tramonto in un paesaggio immenso, che lancia un urlo di sfida al mondo non aspettandosi il rimando dell'eco, mentre contemporaneamente i suoi figli, dopo aver seppellito con tutti gli onori un pesciolino nel campo, si mettono a ruotare in tondo come trottole. Il buio che li avvolge sempre più, imitando gli effetti di un tornado che forse si avvicina, e urlando affanculo tutti, quelli dello spazio, gli alieni, in realtà tutto il mondo là fuori, sconosciuto e forse minaccioso, da cui loro vorrebbero fuggire, «intrappolati – come rimprovera il padre – nelle loro tv, youtube, smartphone, tablet». «Io sono l'ultimo bambino nato libero in America», grida Brian, e in questa orgogliosa rivendicazione che potrebbe sembrare ridicola, trumpiana appunto, avvertiamo però un sottofondo di verità: e se davvero il mito dell'America, quella America che tanti di noi hanno amato nei romanzi e nei film, quell'America strafottente e individualista ma giusta nel profondo, fosse perduto per sempre? Se il sublime paesaggio della wilderness fosse ormai diventato una desolata, eliotiana waste land?