Roberto De Feo, Paolo Strippoli

A Classic Horror Story

L’estate, si sa, è tempo di horror. Anche per Netflix, che non a caso ha scelto proprio il trittico Fear Street (1994, 1978 e 1666) e A Classic Horror Story come titoli di punta per la programmazione di luglio: chissà, forse quasi a voler rinsaldare il legame con il pubblico nostalgico del ciclo estivo Notte Horror su Italia Uno. Perché no?

E se Fear Street, di fatto una miniserie tv mascherata da trilogia tratta da una serie di romanzi di R.L. Stine (quello di Piccoli Brividi), sembra soltanto voler coccolare lo spettatore in preda alla nostalgia tramite un citazionismo a tratti insolito (Sleepaway Camp I e II, La città che aveva paura) ma il più delle volte trito e ritrito (i primi Venerdì 13, Scream, persino gli ormai onnipresenti The VVitch e Stranger Things), il film di Roberto De Feo e Paolo Strippoli viaggia su binari completamente diversi. Giocando con le aspettative e lavorando sui luoghi comuni, a cominciare dal titolo – volutamente generico, persino banale – e dal font scelto per i credits e per la locandina.

Tutta la prima parte racconta infatti di un film che poi non sarà, tra un rimando a Wes Craven e uno a Sam Raimi, passando per Tobe Hooper, il Ben Wheatley di Kill List e le simmetrie architettoniche di Midsommar - Il villaggio dei dannati, attraverso situazioni e personaggi rappresentativi degli stereotipi più contemporanei (la neolaureata alla Bocconi ridotta a fare la stagista in azienda, il padre di famiglia separato). Un po’ di questo e un po’ di quello, insomma, anche se lo spettatore appena più attento non mancherà di riconoscere segnali e indizi in grado di suggerire un cambio netto di traiettoria, come infatti avverrà poi.

A Classic Horror Story non vuole essere il solito film di genere italiano fatto da italiani per gli italiani, soprattutto perché questi ultimi – secondo De Feo e Strippoli – non si meritano nulla. E allora ecco che dopo il plot twist il film continua a giocare di accumulo, passando dallo slasher al folk horror e poi, ancora, ai rimandi sull’origine della malavita organizzata al Sud, fino a un vero e proprio corto circuito narrativo volto a identificare la figura dello spettatore con quella del carnefice.

Tutto bello e tutto giusto, quindi? Non proprio. Se è innegabile una certa volontà di uscire dalla gabbia dei soliti schemi e il tentativo di mettersi continuamente in gioco, lavorando in maniera talvolta notevole sui volti e sui corpi in relazione ai rispettivi immaginari di appartenenza (Cristina Donadio da Gomorra, ma soprattutto una Matilda Lutz a metà tra la Jennifer Connelly di Phenomena e se stessa in Revenge di Coralie Fargeat), non di meno il risultato suscita più di una perplessità. Perché il troppo stroppia, e l’impressione è quella di assistere a una successione di spunti (neanche troppo originali: nel 2021 a chi si rivolge un giochino metacinematografico simile?) che comunque vengono confusi e abbandonati strada facendo. De Feo e Strippoli vorrebbero reinventare i clichè ma mettono troppo le mani avanti e si limitano a reiterarli, e alla fine è davvero difficile appassionarsi a un film che sostituisce l’ambiguità dell’interpretazione con un didascalismo pedante e privo di sfumature: come nella peggior tradizione di certo horror contemporaneo (soprattutto statunitense), ogni idea, ogni passaggio, ogni significato viene spiegato a più riprese attraverso i dialoghi.

Forse perché, come sembrano dirci i due registi, da soli non possediamo gli strumenti per comprendere fino in fondo? A Classic Horror Story non suggerisce una lettura o una visione, ma la impone con supponenza e presunzione; e il j’accuse generico (e autossolutorio) dei titoli di coda contro lo spettatore, più che una presa di posizione, è una caduta di stile che va di pari passo con quello stesso provincialismo contro cui vorrebbe puntare il dito.


 

A Classic Horror Story
Italia, 2021, 95'
Regia:
Roberto De Feo, Paolo Strippoli
Sceneggiatura:
Roberto De Feo, Paolo Strippoli, Milo Tissone, David Bellini, Lucio Besana
Fotografia:
Emanuele Pasquet
Montaggio:
Federico Palmerini
Musica:
Massimiliano Mechelli
Cast:
Matilda Anna Ingrid Lutz, Francesco Russo, Peppino Mazzotta, Will Merrick, Yuliia Sobol, Alida Baldari Calabria
Produzione:
Colorado Film, Rainbow, Netflix
Distribuzione:
Netflix

Cinque carpooler viaggiano a bordo di un camper per raggiungere una destinazione comune. Cala la notte e per evitare la carcassa di un animale si schiantano contro un albero. Quando riprendono i sensi si ritrovano in mezzo al nulla. La strada che stavano percorrendo è scomparsa; ora c'è solo un bosco fitto e impenetrabile e una casa di legno in mezzo ad una radura. Scopriranno presto che è la dimora di un culto innominabile. Come sono arrivati lì? Cosa è successo veramente dopo l'incidente? Chi sono le creature mascherate raffigurate sui dipinti nella casa? Potranno fidarsi l'uno dell'altro per cercare di uscire dall'incubo in cui sono rimasti intrappolati?




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